Tra gli ingredienti più usati nell'industria della bellezza
c'è purtroppo l'olio di palma, indiziato numero uno di numerosi misfatti che accadono nel mondo.
Capita infatti che intere foreste vengano distrutte non solo con lo scopo di ottenere legname e per la produzione di carta, ma anche per coltivare le zone deforestate e incendiate con le palme da olio.
Uno dei Paesi dove ciò accade in misura notevole è l'Indonesia, arcipelago formato da centinaia di isole e sede di foreste pluviali tra le più imponenti al mondo.
Nella selvaggia isola di Sumatra, una delle più estese del pianeta, operano pressoché indisturbate alcune holding senza scrupoli attive soprattutto nel campo del legname, della carta e, appunto, dell'olio di palma.
Queste aziende, con l'appoggio della classe politica corrotta, si sono rese responsabili negli ultimi anni di danni incalcolabili all'ambiente a causa della deforestazione che comporta inoltre un vertiginoso aumento dell'emissione di CO2 nell'atmosfera.
L'Indonesia è infatti il terzo Paese al mondo per emissioni di CO2, dietro agli Stati Uniti e alla Cina.
La distruzione delle foreste mette a repentaglio anche la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali,
a soffrire sono soprattutto i grandi primati delle foreste indonesiane.
Anche l'uomo subisce questa campagna di distruzione indiscriminata: la popolazione locale è spesso costretta ad abbandonare i villaggi per fare spazio alle piantagioni di palma, chi si oppone allo sgombero viene arrestato o peggio.
L'associazione ambientalista indonesiana Kabut denuncia aggressioni e omicidi da parte dei colossi come
APRIL e
APP in alcuni villaggi della penisola di Kampar.
Lo scorso maggio, nel villaggio di Tangun, gli abitanti si sono rifiutati di lasciare le loro case per permettere ad una consociata della APRIL di disboscare la zona: la rappresaglia della multinazionale ha causato tre vittime e sedici feriti.
Un anno fa gli elicotteri della polizia della provincia di Riau hanno incendiato 500 capanne nel villaggio di Suluk Bongkal per fare spazio ad una piantagione della APP, due bambini sarebbero rimasti vittime dell'attacco.
Le foreste indonesiane custodiscono sotto uno spesso strato di torba circa 300 tonnellate di carbonio per ettaro; la foresta torbiera di Riau ha un'estensione di 4 milioni di ettari, pari alla superficie della Svizzera: la sua distruzione comporterebbe l'emissione nell'atmosfera di circa 49 miliardi di tonnellate di CO2, l'equivalente dei gas serra che rilasciamo nell'aria ogni anno.
E' chiaro che la completa scomparsa di quello che viene definito “uno degli ultimi polmoni verdi del pianeta” rappresenterebbe un disastro ambientale di portata globale.
Per scongiurare questa eventualità si è attivata
Greenpeace che ha allestito insieme agli abitanti della penisola di Kampar
un campo di resistenza contro la deforestazione.
La scorsa settimana la polizia indonesiana ha fermato diversi attivisti di Greenpeace, compresa l'italiana Chiara Campione, e alcuni giornalisti tra i quali figura l'inviato dell'Espresso Raimondo Bultrini.
Gli arrestati sono stati trattenuti per 24 ore nella stazione di polizia per l'immigrazione di Pekanbaru e sono stati in seguito espulsi per non meglio definite “attività illegali”.
Il direttore di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha chiesto al Ministro degli Esteri Frattini di convocare per chiarimenti l'ambasciatore indonesiano a Roma, Mohamad Oemar.
Nel frattempo i bulldozer continuano a distruggere le foreste indonesiane con il beneplacito di un governo corrotto che aveva promesso di contrastare le emissioni legate alla deforestazione.
Nello stesso tempo si continuano a consumare tonnellate di cosmetici prodotti con l'olio di palma.
Esistono però imprese con una coscienza: l'inglese
Lush, famosa per i suoi prodotti cosmetici naturali non testati sugli animali, si batte contro l'uso dell'olio di palma.
Pochi giorni fa, gli attivisti della penisola di Kampar hanno lanciato un messaggio al mondo con uno striscione di vaste proporzioni che recitava “Obama, you can stop this”.
Forse non basteranno quattro anni, ma si spera che in futuro sempre più persone si batteranno in prima persona per l'ambiente e per i diritti delle persone.
Intanto possiamo cominciare a cambiare il mondo cercando di capire cosa si può nascondere dietro ai prodotti che ogni giorno mettiamo nel carrello della spesa.
Federico Capezza
thecapexcorp@yahoo.it