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Tutto quello che non dovreste sapere
3 gennaio 2010
Saldi

Ieri, primo giorno di saldi a Roma, sono stato al centro commerciale "Porte di Roma" (Roma Nord). Non l'avessi mai fatto: centinaia di persone in cerca di roba a poco prezzo, file lunghissime, minuti interminabili per cercare un parcheggio.

Penso che ieri, più che mai, ho avuto la conferma di quanto grave sia stata questa maledetta crisi economica, ma anche del consumismo di cui siamo altamente stregati.

Lorenzo Chiavetta

(lorenzo8619@hotmail.it)

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diari di viaggio
19 aprile 2009
Cronaca di un viaggio incredibile (2°parte)
Come promesso eccovi la seconda parte del racconto. Buona lettura!

23:58. Si rompe il ghiaccio. Discutiamo di pesce. Si ride, anche se la 45enne non parla e non si muove. Inizio a pensare che abbia una paresi facciale. La mia dirimpettaia, al contrario, ha una parlantina particolare. E' mezza romana e mezza siciliana. Di colpo un miracolo: la statua parla! E’ viva! Scopriamo che la dirimpettaia ha 29 anni (io le davo 40 anni), studia lettere ed è fidanzata da 13 anni. Narra le sue vicende personali con una certa foga e con un linguaggio particolarmente colorito (Minchia e testa di cazzo tra le parole rimarcate). Non riesco a partecipare alla discussione, non mi sento coinvolto o semplicemente non me ne frega nulla. Michela sembra interessata e partecipa di tanto in tanto con le solite frasi di circostanza: "Si certo", "Va beh", "Come no". Escono fuori alcuni luoghi comuni che mi danno fastidio e che sento ormai da anni, del tipo che in paese la mentalità è diversa o che in Sicilia la mentalità è chiusa.

00:16. Siamo a Villa San Giovanni. La dirimpettaia continua a parlare. Ogni tanto dice: "mentalità di giù" e mi arrabbio parecchio. Altra frase indisponente: "i nonni siciliani sono ancora più all'antica". Grrrr! Gli spostamenti per ricollegare le vetture sono alquanto fastidiosi. La discussione diventa hot. La dirimpettaia parla dei controlli sessuali da parte della suocera e qui mi fermo. L'anziana sostiene che "purtroppo nei paesi è così". Interviene Michela a smorzare gli animi, affermando che la mia famiglia è molto aperta (se non si era capito, sono siciliano e provengo da un piccolo paesino della provincia di Catania). Grazie amore! Mi verrebbe voglia di parlare di politica, ma è probabile che i miei compagni di viaggio sappiano a malapena chi è il Presidente della Repubblica.

0:55. Partiamo in orario da Villa.

00:57. Spegniamo la luce e cala il silenzio. Sto vicino al vetro. Il finestrino è ancora aperto e l'aria che entra fa molto rumore. Così sarà impossibile dormire. La vecchia si è persa il marito. E' andato in bagno e non è più tornato (per la serie "vado a comprare le sigarette"). La donna va a cercarlo preoccupata. Va segnalato che nella mia carrozza entrambi i bagni sono fuori uso. Dopo 10 minuti di ricerca, l'uomo viene ritrovato: sta facendo la fila, da mezzora, per usare la toilette in una carrozza vicino. Ho il presentimento che il treno vada a carbone, come quelli del vecchio Far West.

01:14. Su sollecitazione dei miei compagni di viaggio, chiudo il finestrino. L'uomo è tornato. Tolgo le lenti e provo a dormire.

01:23. Veniamo svegliati dal controllore, anche stavolta donna. Diciamo che i nostri biglietti sono stati controllati e la capotreno va via. Penso che se ci fosse stato uno di noi senza biglietto, l'avrebbe fatta franca tranquillamente ma per fortuna noi siamo gente onesta. Mi colpisce l'educazione del funzionario Fs, che prima di chiedere il biglietto ha bussato docilmente. E' la prima volta che mi succede in tanti anni. Generalmente, i controllori accendono la luce rocambolescamente, svegliando tutti di soprassalto e urlando "biglietti!". Per carità, è il loro mestiere, ma il bon ton è sempre ben accetto.

Non so che ora sia. Cambio ripetutamente posizione per dormire. Ho dolori dappertutto. Il collo è indolenzito. Il treno si è fermato numerose volte, forse per qualche incrocio.

03:26. Siamo fermi a Paola. Fermata fuori programma. La sosta non è prevista nell'itinerario. Ripartiamo in maniera molto molto rude. Tutti svegliati. Maledetto macchinista. Ma chi sei? Niki Lauda?

05:31. Altra fermata fuori programma. Guardo il cartello fuori: Salerno. Penso che sicuramente è una bella città ma penso anche che, senza meritarlo, mi ha ferito tanto e mi ferisce tuttora. Ma questa è un'altra storia. Siamo forse in anticipo?

05:46. Ho sognato di giocare con Davide, il mio compagno di stanza, a Pes. Mi risveglio con le solite scosse causate dal macchinista. Manca poco a Napoli, dove è prevista, stavolta sì, la fermata del treno. Intanto, sorge l'alba.

06:05. Napoli. Siamo in anticipo di 25 minuti. Il mio collo è distrutto. Siamo tutti con gli occhi aperti. La 45enne è scesa. Si sentono voci napoletane nel corridoio. Passa un abusivo a vendere acqua, caffè e panini. Udire la sua rauca voce alle 6 del mattino, dà davvero ai nervi. Su tutta la carrozza, mi sembra di capire, non vende nemmeno un biscottino. La mia dirimpettaia mangia i Ritz, a suon di "Crounch, crounch". "Che bel risveglio", penso tra me e me. Inizio a sbadigliare. Il viaggio non è ancora finito. Mancano due ore e mezzo, ma sarà dura digerirle. Ritorna l'abusivo. Ferma una persona nel corridoio. "U voi ‘n cafè? 1 euro e 50" e l'altro risponde: "No, grazie". E l'abusivo "Ma quannu vu pigghiat u cafè? Quand murite?". E non è finita. Non rassegnato, l'abusivo effettua il suo terzo giro. Ormai la sua voce è nel mio cervello. Riesce a vendere un caffè a un euro, dopo aver contrattato con un cliente.

06:27. Arriva un nuovo compagno di viaggio. E' un ragazzo giovante, tra i 25 e i 28 anni che parla spagnolo al telefono. Penso che potrebbe piacere alla mia ragazza e inizio a fissarla per cogliere qualche sguardo sospetto. Non colgo nulla.

06:43. Partiamo con un quarto d'ora di ritardo. Ormai è giorno. Mi colpisce il paesaggio napoletano. Splendide case si alternano a un grande degrado. Riprendo a leggere il mio libro fitto di intercettazioni parlamentari mentre Michela, tanto per cambiare, riprende a studiare. Improvvisamente i freni emanano una puzza tremenda. Mi viene in mente ciò che mi ha detto il mio caro amico Cape. Secondo lui, i vecchi treni (e questo lo è di certo) hanno i freni in amianto e la cosa mi terrorizza. Speriamo si sbagli. Non bastasse il ritardo, ci fermiamo ad Aversa (fermata non in programma), per minuti interminabili. Provo ad appisolarmi un po'. Arrivati a Formia, la coppia di anziani ci saluta. A dargli il cambio, due ragazzi ben vestiti. Siamo sempre in 6. Fuori c'è il sole e all'orizzonte vedo il mare di Formia.

Ripartiamo alle 7:46. C'è un bel viavai di studenti. Probabilmente, vanno all'università di Roma. Alle 8, chiama il papà di Michela: è già in stazione ad aspettarci, quasi un'ora prima del nostro arrivo. Contento lui... Certo, è d'obbligo il paragone con mio padre, il quale viene a prendermi a Taormina sempre un quarto d'ora dopo l'orario di arrivo. La mia dirimpettaia dorme in una posa molto plastica: testa protesa verso l'alto e bocca aperta a metà. Perdipiù, russa pure. Le mie gambe sono atrofizzate. Da 10 ore sono seduto. Non vado al bagno da mezzanotte. Desidero un letto con tutto me stesso. Mi sento un po' umiliato a viaggiare su ‘sto sudicio carro bestiame.

08:35. Siamo a Latina. Il ritardo è sempre di 15 minuti. C'è tantissima gente alla stazione.

08:38. Ripartiamo. Mi chiedo come sia possibile che nel 2009 certi treni siano ancora in circolazione. Perché la dignità dei siciliani, e di tutto il Sud, deve essere calpestata in tal modo? Penso alll'Alta Velocità, sui cui ho avuto la fortuna di viaggiare, bella e spaziosa, dove in prima classe vengono distribuiti gratuitamente giornali, bevande e caramelle. E' presente anche il vagone ristorante. Qui, invece, niente vagone ristorante, niente prima classe, niente giornali, niente caramelle. In compenso, però, l'abusivo venditore di caffè. Questa è l'Italia.

Roma è ormai vicina. Si intravedono gli antichi acquedotti romani. Siamo stremati. Dormo poggiando la mia testa su quella di Michela. Ci reggiamo a vicenda.

09:03. Sto ancora in treno. L'arrivo era previsto per le 08:56.

09:09. Intravedo il cartello "Roma Casilina". Mancano 5 minuti. Devo resistere, devo resistere, devo resistere! Non posso mollare adesso.

09:16. Ce l'abbiamo fatta. Siamo a Termini. Ci affrettiamo a scendere dal treno. Lo sconforto dei nostri visi si tramuta in un forte senso di liberazione. "Vittoria" "Vittoria". 11 ore e 25 di viaggio e siamo vivi. Solo 20 i minuti di ritardo. Di questi tempi, ci è andata bene.

Lorenzo Chiavetta
(
lorenzo8619@hotmail.it)

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diari di viaggio
18 aprile 2009
Cronaca di un viaggio incredibile (1°parte)


Quello di seguito, non è un vero articolo. E' un'esperienza che ho realmente vissuto qualche giorno fa e che sono sicuro avrà anche vissuto buona parte dei nostri lettori. Per questo, ho pensato di renderla pubblica sull'INFORMALE. Per molti, vista la lunghezza, risulterà noiosa e di questo mi scuso. Ciononostante, spero che vi appassioni. Ho diviso l'inverosimile racconto in due parti. Oggi pubblico la prima. Chi lo vorrà, troverà la seconda parte domani, sempre su http://informale.ilcannocchiale.it
Buon Divertimento!

Ore 21:25. Mi trovo alla stazione di Taormina-Giardini. Sto aspettando il treno che mi porterà a Roma: il "fantastico" Espresso Bellini 1938, composto da più di 10 vagoni, misti a cuccette (solo seconda classe), posti a sedere (solo seconda classe) e vagoni letto (prima e seconda classe… peccato siano sempre vuoti). Insomma; un treno lunghissimo che in alcuni giorni della settimana si stira ancora di più, essendo adibito al trasporto delle automobili.

Io e Michela, la mia ragazza, viaggeremo sui posti a sedere. Siamo arrivati in anticipo (colpa mia: ho sempre paura degli inconvenienti che possono capitare per strada). La partenza da Taormina è prevista alle 21:52 quindi ci aspetta una mezzoretta di attesa. Nel frattempo, mi fermo a riflettere sul nome del treno. Ma come si fa a chiamare Espresso un treno che arriva al massimo a 160 km orari e che per percorrere 740 km circa impiega tra le 10 e le 11 ore? Bah... sorvoliamo.

21:55. Arriva il treno, affollatissimo di gente. Iniziamo bene. La nostra carrozza è la numero 4. La porta, che non ha apertura elettronica ma è apribile manualmente girando una maniglia che avrà si e no un secolo, non si apre: è ostruita da un bagaglio all'interno. Alla fine riusciamo ad entrare. Tra la confusione non riesco a salutare mio padre. Pazienza. Ci sentiremo per telefono. Ci avviamo ai posti. Stiamo al centro del treno: posti 63 e 65. Il corridoio da attraversare è strettissimo, passa a malapena una persona e, non bastasse ciò, è cosparso di bagagli e di persone che stanno in piedi. Già, perché Trenitalia, per questo tipo di treno, stampa biglietti sine die, senza pensare che i posti hanno un numero limitato e che quindi molti poveri cristi, che non richiedono la prenotazione, saranno costretti a viaggiare senza poltrona per una decina di ore. Ma torniamo a noi. Impieghiamo almeno 5 minuti per arrivare al nostro compartimento, sudando 7 camicie. "Permesso", "Scusate", "Ho il posto prenotato, mi fa passare?" "Scusi, eh". E' fatta. Nel compartimento, composto da 6 posti, siedono già in 4: una coppia anziana, una donna sui 45 anni e un'altra ragazza che sembra sui 40 ma poi scoprirò essere 29enne. L'uomo mi dà una mano a sistemare i bagagli. Sono fortunato: c'è ancora un po' di spazio per le nostre valigie. Ci sediamo e fa parecchio caldo. L'aria condizionata funziona a stento. Inoltre, quel poco che arriva, proviene da sotto il finestrino e non, come le vetture normali, dall'alto. Dall'accento, i nostri compagni di viaggio sembrano campani. Forse scenderanno a Napoli.

Lo spazio in cui ci troviamo è davvero ristretto: 6 poltrone in 6 metri quadrati scarsi. Le mie gambe si distanziano da quelle della mia dirimpettaia (l'apparente 40enne) di due o tre centimetri. Guardo il tettuccio. C'è una crepa. I sedili sono blu a pois bianchi. Forse bianchi è un'esagerazione: a guardarli bene sono grigi dalla sporcizia. Penso a ciò che mi ha detto un amico 5 giorni prima di partire: "Le poltrone dell'Espresso sono terribili. Una mia amica ci ha preso le pulci". Che bello sentirsi confortati.

Michela ha iniziato a studiare. Non so proprio come faccia ma l'ammiro per questo. Io provo a leggere un libro su Clementina Forleo.

22:16 All'altezza di Santa Teresa di Riva (ME), ci fermiamo per un incrocio. L'anziana mi chiede se si tratta di una fermata prevista. Rispondo di no. Non tutti sanno che in Sicilia si viaggia ancora, su molte tratte, a binario unico. La linea ferroviaria è quella lasciataci dai Borboni e quindi le fermate per gli incroci sono alquanto frequenti. Altro che ponte sullo Stretto... Scopro che la coppia scenderà a Formia e mi ributto sulla lettura delle intercettazioni dei furbetti del quartierino. Alle 22:25 ripartiamo.

22:38. Arriva il capotreno, anzi la capotreno. "Ci sono biglietti da controllare o tutti controllati?". Vado per rispondere ma mi anticipa la vecchietta: "loro, loro", indicando me e Michela. Ci avrà mica presi per delinquenti? Sto per mostrare i biglietti quando la “controllora” mi dice: "solo se elettronici". E io: "cartacei". Panico. Mi guarda stralunata, come se parlassi un'altra lingua. Silenzio. Mostro il biglietto di Michela e il mio CLC (“carta libera circolazione”, mio padre è ferroviere e quindi viaggio gratis in treno fino a 25 anni. Molti mi odiano per questo).

22:49. Siamo a Messina. Iniziano i primi sbadigli. La stanchezza affiora sui nostri volti ma siamo ancora all'inizio del viaggio. Qualcuno scende a fumare. Michela studia (ma come fa?). La mia dirimpettaia si destreggia col cellulare, inviando sms chissà a chi.

22:53. Terzo sbadiglio della dirimpettaia sul mio viso. Guai a mettere la mano d'avanti eh? Il caldo si sente e la donna sui 45 anni apre il finestrino. Ha un'apertura inferiore ai 45 gradi. Entra un filo d'aria ma neanche me ne accorgo.

23:11. Un addetto Rfi (rete ferroviaria italiana), con una finezza impari, urla: "Chiudere! chiudemu i potti!" e ci avviamo, a passo di lumaca, dentro il traghetto. Scricchiolii e rumori da film horror ci fanno compagnia. Sembra di essere in miniera. Veniamo scossi da alcune ripetute botte che arrivano dal basso.

23:23. Siamo dentro la nave. Decido di salire al bar, convincendo la mia ragazza. Scendiamo dal treno, affrontando nuovamente la valanga umana presente nel corridoio. Sembra un campo profughi. Si viaggia in condizioni penose. Rispetto a questa gente, mi considero un privilegiato a viaggiare sulla mia amata poltrona a pois grigi. Vengo colpito da degli enormi cartelli che fronteggiano i finestrini: "Vietato sporgersi dai finestrini". Posso anche essere d'accordo, ma come si fa a sporgersi da dei finestrini da cui non passa nemmeno una mano o da altri che non sono nemmeno apribili? Mi guardo intorno. La mia carrozza è vecchia ma la nave non scherza. Ad occhio e croce, direi che entrambi risalgono agli anni '70. Salgo le scale che mi portano su’, stordito da un fetore di petrolio e grasso che mi lascia cianotico. Anche qui c'è molta sporcizia. Vado in bagno. I colori sono strani. Il pavimento verde non fa proprio pan dan con il muro bianco. De gustibus. Lo scarico del water non funziona. C'è un'otturazione che fa quasi emergere l'urina e la carta igienica fuori dal bordo. Non me la sento di tirare la catena. Meglio non inondare nulla. Andiamo al bar. C'è un po' di fila ma anche molte persone che si intrufolano abusivamente. I prezzi sono esorbitanti. Paghiamo una bottiglietta d'acqua piccola 1 euro e 50, un pacco di Cipster 2 euro e 50 e uno Snickers 1,20 euro. Nemmeno fossimo a Saint-Tropez. Guardo una vetrina. Dentro, uova di Pasqua di marche sconosciute. Eppure Pasqua è passata da alcuni giorni, ma forse in mare il tempo scorre più lentamente. Mi sposto, insieme alla mia ragazza, sul davanzale, per prendere un po' d'aria. C'è tanta gente intorno a noi, ma in pochi parlano italiano. No, non sono stranieri: parlano tutti dialetto siciliano.

23:46. La nave suona ripetutamente. Motivo? c'è un pescatore in barca sulla traiettoria del traghetto. Fortunatamente si sposta subito. Quando ci avviciniamo, un uomo urla: "E lassili du pisci. Non ti mangiari tutti" e un altro: "Ca non si po' piscari". Guardo lo stretto. E' pieno di piccoli pescatori. Penso che pescare in questo mare non è molto salubre, visto il continuo viavai di navi che di certo non lo rendono pulito. Anche qui, comunque, il pavimento è pieno di crepe. Le panchine sono color avorio e hanno una forma inquietante, a mo' di cassa da morto. Ritorniamo in carrozza.
Continua domani...

Lorenzo Chiavetta
(
lorenzo8619@hotmail.it)

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