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Tutto quello che non dovreste sapere
politica estera
27 novembre 2009
Le bombe al fosforo: i casi di Fallujah e Gaza City


Il mio caro amico Tristano ha pubblicato un report sull'uso delle munizioni al fosforo bianco sui civili da parte dell'esercito americano durante la sanguinosa battaglia di Fallujah, in Iraq.
Stessa cosa avrebbe fatto l'esercito israeliano nel 2006 in Libano e lo scorso anno durante l'operazione Piombo Fuso nella Striscia di Gaza.
Come nel caso dell'Agente Orange e del Napalm largamente usati in Vietnam, gli Stati Uniti dimostrano una condotta bellica indegna per chi si propone come tutore della stabilità globale.
Le notizie più recenti riguardano il prematuro Premio Nobel per la pace, Barack Obama.
Ormai è imminente l'annuncio ufficiale della dislocazione in Afghanistan di altri 30000 soldati.
Il teatro di guerra afghano è aperto dal 2001 e si sta configurando, non solo per la durata, come una reiterazione del drammatico intervento in Vietnam.
Ma la novità che pochi conoscono è il rifiuto della Casa Bianca di firmare il Trattato che mette al bando le mine antiuomo.
Ho come l'impressione che l'Accademia Reale Svedese abbia premiato il cavallo sbagliato.

                                                                                                       Federico Capezza
thecapexcorp@yahoo.it
 
SCIENZA
18 novembre 2009
Gli assassini dell'olio di palma contro Greenpeace
  
Probabilmente i clienti delle maisons cosmetiche non sanno che cosa si nasconde dietro i prodotti che acquistano ogni giorno.
Tra gli ingredienti più usati nell'industria della bellezza c'è purtroppo l'olio di palma, indiziato numero uno di numerosi misfatti che accadono nel mondo.
Capita infatti che intere foreste vengano distrutte non solo con lo scopo di ottenere legname e per la produzione di carta, ma anche per coltivare le zone deforestate e incendiate con le palme da olio.
Uno dei Paesi dove ciò accade in misura notevole è l'Indonesia, arcipelago formato da centinaia di isole e sede di foreste pluviali tra le più imponenti al mondo.

Nella selvaggia isola di Sumatra, una delle più estese del pianeta, operano pressoché indisturbate alcune holding senza scrupoli attive soprattutto nel campo del legname, della carta e, appunto, dell'olio di palma.
Queste aziende, con l'appoggio della classe politica corrotta, si sono rese responsabili negli ultimi anni di danni incalcolabili all'ambiente a causa della deforestazione che comporta inoltre un vertiginoso aumento dell'emissione di CO2 nell'atmosfera.
L'Indonesia è infatti il terzo Paese al mondo per emissioni di CO2, dietro agli Stati Uniti e alla Cina.
La distruzione delle foreste mette a repentaglio anche la sopravvivenza di numerose specie animali e vegetali, a soffrire sono soprattutto i grandi primati delle foreste indonesiane.

Anche l'uomo subisce questa campagna di distruzione indiscriminata: la popolazione locale è spesso costretta ad abbandonare i villaggi per fare spazio alle piantagioni di palma, chi si oppone allo sgombero viene arrestato o peggio.
L'associazione ambientalista indonesiana Kabut denuncia aggressioni e omicidi da parte dei colossi come APRILAPP in alcuni villaggi della penisola di Kampar.
Lo scorso maggio, nel villaggio di Tangun, gli abitanti si sono rifiutati di lasciare le loro case per permettere ad una consociata della APRIL di disboscare la zona: la rappresaglia della multinazionale ha causato tre vittime e sedici feriti.
Un anno fa gli elicotteri della polizia della provincia di Riau hanno incendiato 500 capanne nel villaggio di Suluk Bongkal per fare spazio ad una piantagione della APP, due bambini sarebbero rimasti vittime dell'attacco.

Le foreste indonesiane custodiscono sotto uno spesso strato di torba circa 300 tonnellate di carbonio per ettaro; la foresta torbiera di Riau ha un'estensione di 4 milioni di ettari, pari alla superficie della Svizzera: la sua distruzione comporterebbe l'emissione nell'atmosfera di circa 49 miliardi di tonnellate di CO2, l'equivalente dei gas serra che rilasciamo nell'aria ogni anno.
E' chiaro che la completa scomparsa di quello che viene definito “uno degli ultimi polmoni verdi del pianeta” rappresenterebbe un disastro ambientale di portata globale.
Per scongiurare questa eventualità si è attivata Greenpeace che ha allestito insieme agli abitanti della penisola di Kampar un campo di resistenza contro la deforestazione.

La scorsa settimana la polizia indonesiana ha fermato diversi attivisti di Greenpeace, compresa l'italiana Chiara Campione, e alcuni giornalisti tra i quali figura l'inviato dell'Espresso Raimondo Bultrini.
Gli arrestati sono stati trattenuti per 24 ore nella stazione di polizia per l'immigrazione di Pekanbaru e sono stati in seguito espulsi per non meglio definite “attività illegali”.
Il direttore di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha chiesto al Ministro degli Esteri Frattini di convocare per chiarimenti l'ambasciatore indonesiano a Roma, Mohamad Oemar.

Nel frattempo i bulldozer continuano a distruggere le foreste indonesiane con il beneplacito di un governo corrotto che aveva promesso di contrastare le emissioni legate alla deforestazione.
Nello stesso tempo si continuano a consumare tonnellate di cosmetici prodotti con l'olio di palma.
Esistono però imprese con una coscienza: l'inglese Lush, famosa per i suoi prodotti cosmetici naturali non testati sugli animali, si batte contro l'uso dell'olio di palma.

Pochi giorni fa, gli attivisti della penisola di Kampar hanno lanciato un messaggio al mondo con uno striscione di vaste proporzioni che recitava “Obama, you can stop this”.
Forse non basteranno quattro anni, ma si spera che in futuro sempre più persone si batteranno in prima persona per l'ambiente e per i diritti delle persone.
Intanto possiamo cominciare a cambiare il mondo cercando di capire cosa si può nascondere dietro ai prodotti che ogni giorno mettiamo nel carrello della spesa.

Federico Capezza
  thecapexcorp@yahoo.it

politica estera
18 ottobre 2009
E L'AYATOLLAH KHAMENEI FA CUCU'


Mistero sulle reali condizioni di salute della Guida Suprema della Rivoluzione Iraniana, l'Ayatollah Khamenei , dato per morto la settimana scorsa.
Tutto ha inizio giovedì 15 ottobre quando il giornalista neo-con Michael Leeden annuncia il ricovero in ospedale di Khamenei  a causa di un collasso; la notizia viene pubblicata sul sito Pajamas Media e percorre rapidamente tutta la Rete: il quotidiano israeliano Haaretz la diffonde e i blog dei dissidenti iraniani invadono Twitter con messaggi che proclamano addirittura il decesso del despota.
Le strade di Teheran sono teatro di festeggiamenti a suon di clacson e di rapide repressioni della milizia Basiji che attacca le automobili di chi si azzarda a strombazzare.

La prima smentita ufficiosa arriva dall'Ambasciata Iraniana di Jerevan, in Armenia, che definisce "pura diffamazione" la voce.
Tuttavia qualcosa, a Teheran, fa credere che la situazione non sia proprio normale: appena la voce si trasforma in un grido, la polizia viene mobilitata per bloccare ogni accesso alla residenza dell'Ayatollah.
Il giorno seguente l'emittente saudita Al Arabiya lancia la seconda smentita assicurando che, secondo fonti eccellenti, la Guida Suprema è in buona salute e svolge regolarmente i suoi impegni secondo calendario.
In seguito anche l'agenzia di stampa Fars, vicina al governo di Teheran, ribadisce che il Grande Ayatollah è tutt'altro che defunto.

La voce della morte di Khamenei mormora pigramente fino a sabato 17, quando il sito ufficiale di Khamenei pubblica alcune foto che lo ritraggono in compagnia del Presidente senegalese Wade, giunto a Teheran in qualità di Presidente di turno dell'OIC, l'Organizzazione della Conferenza Islamica, e del Presidente Iraniano Mahmoud Ahmdinejad.
Inoltre molti osservatori fanno notare che nelle città iraniane gli edifici non sono listati a lutto.

La domanda, ancora senza risposta, è: l'Ayatollah Khamenei è vivo oppure no?
Innanzitutto non si tratta della prima volta che l'Ayatollah viene dato per spacciato, l'ultima volta è stato lo stesso Leeden ad annunciare il decesso di Khamenei.
E' noto da tempo che la salute della Guida Suprema non è proprio di ferro: da circa due anni combatte contro un tumore alla prostata.
Nel 1989, alla morte dell'Ayatollah Khomeini, si assistette ad un susseguirsi di voci discordi per circa due mesi, prima della conferma ufficiale del decesso del Padre della Rivoluzione.

Tutti gli elementi, foto comprese, non possono aiutarci a dare una risposta definitiva al dilemma, non resta che aspettare.
Resta la certezza che la sfortunata Repubblica Islamica è vicina ad una svolta: io mi auguro che sia pacifica.

                                                                                                  Federico Capezza
                                                                                                  thecapexcorp@yahoo.it
politica estera
2 ottobre 2009
Attenti al bollino blu!
 

Il 28 settembre il regime golpista dell'Honduras ha sospeso le libertà costituzionali per un periodo di 45 giorni dichiarando lo stato d'assedio e occupando le sedi dei media che sostengono il presidente legittimo Zelaya.
Almeno due persone, secondo gli organi ufficiali, sono state uccise dalla polizia a partire dal 28 giugno mentre alcune associazioni per i diritti umani dichiarano un bilancio di dieci vittime.
Decine sono i feriti e le persone arrestate.

Dopo 80 giorni di esilio forzato e numerosi tentativi falliti, Zelaya è riuscito a rientrare nel paese e da quasi due settimane si trova asserragliato nella sede dell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa.
La legazione è circondata dalle forze militari e il governo brasiliano teme che la sovranità territoriale dell'ambasciata possa essere violata con un'azione di forza.

Intervenendo telefonicamente all'Assemblea generale dell'ONU, Zelaya ha chiesto alla comunità internazionale di ripristinare lo stato di diritto nel suo paese e si è detto disponibile al dialogo con il presidente golpista Micheletti per trovare una soluzione ad una situazione che appare ben lontana dalla stabilità.

Nel frattempo il regime continua ad arrestare i manifestanti.
Il 30 settembre i militari hanno fatto irruzione nella sede centrale dell'Istituto Nazionale Agrario arrestando 50 uomini, 6 donne e due minorenni per sedizione.
I movimenti contro il latifondismo e a favore dei contadini indigeni temono che l'occupazione dell'edificio da parte dei golpisti porti alla scomparsa di importanti documenti di proprietà delle terre, favorendo così le multinazionali che si vogliono impadronire di terreni protetti.

Proprio questo timore si ricollega con una convinzione ormai largamente diffusa nell'opinione pubblica: il golpe in Honduras sarebbe stato commissionato dalle grandi multinazionali agro-alimentari, Chiquita in testa.
Secondo Nikolas Kozloff, studioso della Oxford University con un dottorato in "Storia dell'America Latina", proprio il colosso americano delle banane ha avuto un ruolo prominente nel golpe.
Riportiamo la tesi di Kozloff:"All'inizio di quest'anno, la compagnia della frutta con base a Cincinnati, Usa, si unì a Dole nella criticare il governo di Tegucigalpa che aveva aumentato il salario minimo del 60 percento. Chiquita si lamentò che le nuove regole colpivano i benefici della compagnia. Era inquieta perché avrebbe perso milioni di dollari con le riforme del lavoro di Zelaya, dato che la compagnia in Honduras produceva circa otto milioni di casse di ananas e 22 milioni di casse di platano all'anno".
Così l'intero comparto dei colossi agro-alimentari avrebbe appoggiato l'ascesa di Micheletti.
La multinazionale ha smentito categoricamente ogni implicazione negli eventi del giugno 2009.

Chi pratica il consumo critico già boicotta Chiquita per le sue politiche nei confronti dei lavoratori nel Sud del globo.
Oggi potremmo dunque avere un motivo in più per minare le fortune di chi sfrutta senza ritegno gli uomini e l'ambiente.

E poi, detto tra noi, le banane non sono poi così buone.

Se siete interessati alla situazione in Honduras vi consiglio di seguire il dossier e la cronaca quotidiana della resistenza sul portale di Peacereporter.

                                                                                                  Federico Capezza
                                                                                                  thecapexcorp@yahoo.it



CULTURA
6 settembre 2009
Christian Poveda, la voce del coraggio



Quattro colpi di pistola al volto per mettere a tacere la voce del coraggio.
Christian Poveda, noto regista e fotoreporter franco-spagnolo, ha trovato la morte a 54 anni in un sobborgo di San Salvador, capitale della piccola repubblica centroamericana di El Salvador.

Chi era Christian Poveda?
Figlio di repubblicani spagnoli fuggiti dalla dittatura franchista e cresciuto a Parigi, Poveda si è fatto conoscere come fotoreporter con un documentario dedicato al Fronte Polisario e alla triste questione del Sahara Occidentale.
Christian arrivò a El Salvador negli anni ottanta per documentare la guerra civile che ha insanguinato quel paese nelle vesti di corrispondente e fotografo per numerose agenzie e testate internazionali.
In seguito ha testimoniato con i suoi reportage gli eventi della guerra Iran-Iraq e della guerra civile libanese. I suoi scatti hanno fatto il giro del mondo.

Negli anni novanta torna a El Salvador e inizia ad addentrarsi nel mondo delle "maras", le gang giovanili che gestiscono il contrabbando e lo spaccio di droga che nel solo El Salvador rappresentano un piccolo esercito criminale di circa 30mila uomini.
Nel 2008 vede la luce l'opera più celebre di Poveda: "La vida loca", frutto di un' esperienza decennale e crudo ritratto della realtà delle "maras".
Il documentario ha riscosso notevole successo in Europa mentre a El Salvador non è mai stato proiettato.

Ma il coinvolgimento umano e personale, oltre che professionale, di Christian nelle storie di violenza di queste babygang (l'iniziazione avviene verso i 12 anni) lo ha portato a coltivare conoscenze pericolose; forse proprio il fatto di sapere e di aver visto troppe cose lo ha condannato ad una fine crudele.
Nei 16 mesi impiegati da Poveda per girare "La vida loca", il regista è stato testimone di sette omicidi e alcuni membri di una delle gang protagoniste del documentario sono stati arrestati durante la realizzazione della pellicola.

Mercoledì scorso il corpo di Poveda è stato trovato nella sua auto nella località di Limon, il regista stava tornando verso San Salvador dopo aver girato alcune nuove riprese.
Ieri la polizia salvadoregna ha reso noto l'arresto di una persona nella zona del delitto, il sospetto è che possa essere coinvolto nella morte del regista.
Tuttavia per non compromettere le indagini la polizia non ha reso note ulteriori informazioni.

Alain Mingam, membro di Reporters Senza Frontiere e amico stretto di Christian Poveda, ci ha lasciato un vivido ritratto del suo amico scomparso.
"Christian era il figlio di repubblicani spagnoli che hanno cercato rifugio in Francia, dalle sue origini derivano forti convinzioni umaniste alle quali egli è sempre rimasto fedele. Era un reporter in Cile, sotto la dittatura di Pinochet, in Nicaragua e El Salvador.
Egli è stato molto impegnato e coinvolto nei suoi soggetti senza prendere posizione.
Le sue convinzioni umanistiche andavano di pari passo con un grande rigore professionale.
Aveva un approccio originale e una capacità incredibile di penetrare il mondo che stava filmando, che si trattasse dell'AIDS, dell'antifascismo in Francia o delle maras salvadoregne.
Per lui il modo in cui un film è stato curato era più importante di qualsiasi commento.
In questo modo ha restituito l'umanità a persone come i mareros a prescindere dalla mostruosità delle loro azioni.
Il coinvolgimento personale di Christian  nel suo soggetto lo ha anche portato ad essere avvicinato da bande che lo vedevano come un possibile mediatore."

Da mercoledì la voce del coraggio di Christian Poveda tace, ma le sue fotografie e le sue immagini sono un'eredità così ricca da non poterci far dimenticare il suono della sua voce.


                                                                                                        Federico Capezza
                                                                                                        thecapexcorp@yahoo.it



politica estera
23 luglio 2009
Il fratricidio dello Sri Lanka


Dopo quasi 30 anni nel 2009 è terminata la guerra civile in Sri Lanka.
Il governo del nazionalista cingalese Mahinda Rajapaksa ha dato via nell'autunno del 2008 ad una serie di pesanti attacchi militari contro le roccaforti dei guerriglieri Tamil che controllavano buona parte del territorio settentrionale del Paese.

Nell'aprile del 2009 le Tigri Tamil hanno proclamato una tregua unilaterale ma il governo cingalese, insensibile ai richiami dell'ONU per una risoluzione politica del conflitto, ha portato avanti l'offensiva fino al completo annientamento della guerriglia di etnia Tamil nel maggio 2009.
Dal 1983 le vittime della guerra civile sono state circa 72.000, nell'ultimo anno il conflitto ha causato la morte di almeno 15.361 persone di cui almeno 6.500 civili negli ultimi due mesi.

La natura del conflitto è di difficile classificazione, può essere considerato un conflitto etnico tra l'etnia cingalese di fede buddista e l'etnia Tamil di credo induista.
Alcuni ritengono che si sia trattato di un conflitto di carattere politico dal momento che la maggioranza dei Tamil convive tranquillamente con i cingalesi e non ha aspirazioni separatiste.

A due mesi dal termine della guerra migliaia di Tamil, sia civili che militanti, sono detenuti in campi di raccolta.
Tragica la situazione dei bambini rimasti orfani: molti sono stati costretti dalle Tigri Tamil a combattere contro l'esercito regolare e adesso sono reclusi in campi fatiscenti inaccessibili per i reporters e per le ONG straniere.
Dei 300.000 profughi circa 90.000 hanno meno di 15 anni. 
La Croce Rossa ha denunciato maltrattamenti tra i detenuti e il rischio di epidemie a causa delle condizioni igieniche dei campi.

Il governo di Rajapaksa ha chiesto alla Croce Rossa di lasciare il Paese poichè "la guerra è ormai finita".
Tuttavia il Paese rimane in stato d'emergenza e le associazioni per la libertà di stampa denunciano l'operato del governo che minaccia i giornalisti.
Se la Croce Rossa sarà costretta a lasciare lo Sri Lanka gli occupanti dei campi saranno lasciati alla mercè del governo cingalese, non certo un campione di diritti umani.

                                                                                                              Federico Capezza
                                                                                                              thecapexcorp[at]yahoo.it
 



politica estera
9 luglio 2009
Il ruggito dello Xinjiang


Ci voleva proprio la rivolta degli Uiguri dello Xinjiang.
Per la prima volta nei sessant'anni di storia della Repubblica Popolare Cinese un leader è costretto ad abbandonare un vertice internazionale.
Mentre Berlusconi, Obama e il resto della compagnia si lustrano di buoni propositi blindati nella caserma di Coppito, il presidente Hu Jintao ha abbandonato il G8 in Abruzzo per correre a Pechino nel tentativo di riprendere in mano una situazione sociale che appare sempre più fuori controllo.

Si sta infatti assistendo in questi giorni al riaccendersi delle tensioni nella Regione Autonoma dello Xinjiang, dove la componente etnica uigura rappresenta il 45% circa della popolazione.
Di fede musulmana e di lingua turcofona, la minoranza uigura vive in una provincia di frontiera ricca di materie prime e che rappresenta una posizione strategica nell'Asia Centrale.

Nel corso degli anni la regione è stata soggetta all'affluenza massiccia di cinesi di etnia Han, l'etnia maggioritaria nel colosso asiatico, che hanno di fatto preso in mano le leve economiche dello Xinjiang.
Gli Uiguri chiedono da anni a Pechino una maggiore autonomia, ma nel panorama politico e culturale uiguro ci sono anche frange indipendentiste; il governo cinese è stato accusato più volte di reprimere i diritti della minoranza uigura e di tentare di cancellarne le tradizioni così come avverrebbe in Tibet.

Il governo cinese ha sempre una risposta pronta, sempre la stessa: Pechino ha lavorato sodo ed ha investito ingenti risorse economiche nello sviluppo della regione, i diritti sono preservati, le violenze vengono commesse sempre da terroristi sostenuti da potenze straniere.
Rimane il fatto che in questa regione permane da anni il malcontento, atti terroristici ed esecuzioni arbitrarie avvengono con frequenza preoccupante, i vecchi e pittoreschi quartieri uiguri vengono demoliti e gli abitanti sono costretti a trasferirsi in anonimi casermoni di periferia.
Inoltre il governo sta limitando l'insegnamento della lingua uigura nelle scuole della regione.

Gli scontri avvenuti recentemente sono nati in seguito all'omicidio in una fabbrica del Guandong di due operai Uiguri da parte di colleghi Han;le due vittime sarebbero state uccise per aver violentato due operaie Han.
Ad Urumqi, capitale dello Xinjiang, la popolazione uigura è scesa in piazza per protestare contro il duplice omicidio ed avrebbe attaccato negozi di cinesi Han, prima la polizia locale, poi l'esercito hanno spento la rivolta nel sangue.
Secondo i dati ufficiali le vittime degli scontri sono 156 mentre gli arresti sono arrivati a quota 1500.
Intellettuali Uiguri in esilio riferiscono invece un bilancio di 800 vittime e 3000 arresti.
Nell'intera regione sono esplosi scontri tra Han e Uiguri, come una vera e propria caccia all uomo, l'esercito ha di fatto separato in due tronconi la città di Urumqi per tenere separate le due popolazioni.

Il premier della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha espresso "preoccupazione e rammarico" per la situazione ed intende portare la questione uigura di fronte al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
Religione, lingua, legami etnici e storici legano i Turchi e gli Uiguri.

Un membro locale del Partito Comunista, Li Zhi, ha avvertito i rivoltosi dichiarando che i responsabili delle violenze saranno condannati alla pena capitale.
Da stamattina Urumqi ha riacquistato, grazie al pugno di ferro, un aspetto normale, tuttavia è ancora presto per definire risolta questa crisi: il ritorno precipitoso in patria di Hu Jintao dimostra come sia tangibile il timore che questa rivolta possa funzionare da innesco per una massiccia campagna di dissenso nei confronti del governo in tutto il paese.

                                                                                                 Federico Capezza
                                                                                                 thecapexcorp[at]yahoo.it
diritti
1 luglio 2009
Kazakistan: la petrodittatura imbavaglia il Web


L'emendamento D'Alia ha adesso un parente nell'Asia centrale.
"Reporters senza frontiere" e l'organizzazione kazaka "Giornalisti in pericolo" hanno infatti pubblicato un documento di condanna nei confronti di una legge approvata il 25 giugno dal Parlamento del Kazakistan che prevede azioni penali contro bloggers e media online per reati d'opinione.
Sarà possibile punire con la detenzione gli autori di post e articoli che contengono critiche al governo dittatoriale e nepotistico di Nursultan Nazarbayev e sarà disposta la chiusura di blog e testate online rei di aver pubblicato tale materiale.
I siti che avranno l'impudenza di trattare argomenti come elezioni, scioperi, manifestazioni e questioni etniche e religiose saranno bloccati.

Sicuramente questa legge non dovrebbe stupirci dal momento che il Kazakistan si trova al 125° posto su 173 nella classifica di "Reporters senza frontiere" sulla libertà di stampa e che il suo Presidente, al potere da 20 anni, detiene nelle sue mani il pieno controllo sul potere legislativo e su quello giudiziario.
Peccato che l'articolo 20 della Costituzione kazaka reciti: "La libertà di stampa è garantita. 
La censura è vietata (...) ogni individuo ha il diritto di ricevere e inviare liberamente informazioni in conformità con la legge".
Parole non dissimili dal nostro amato articolo 21.

La realtà kazaka è costellata da violazioni dei diritti civili: l'opposizione viene esclusa dalla vita del paese, i giornalisti e gli editori sgraditi al regime vengono incarcerati e intimiditi anche con la violenza, la dittatura personalistica di Nazarbayev ha portato stabilità e crescita nella regione ma ha anche incoraggiato la corruzione e il nepotismo.
Il Kazakistan, per quanto rappresenti la nazione più ricca e stabile dell'Asia centrale, soffre della classica "maledizione del petrolio": alla sua ricchezza non corrisponde un livello di libertà e democrazia adeguato.

Nel 2010 il Kazakistan dovrebbe reggere la presidenza di turno dell' OSCE, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, un fatto a dir poco curioso dal momento che la stessa OSCE aveva bollato le elezioni fittizie del 2005 che hanno confermato Nazarbayev alla guida del paese con il 91% dei voti come "non corrispondenti agli standard internazionali di democrazia".
La presidenza dell'OSCE è l'ennesima vetrina  internazionale del dittatore Nazarbayev, corteggiato da Cina e Stati Uniti per le riserve di petrolio e gas del suo paese e convinto sostenitore della guerra al terrorismo.
L'Occidente ha scatenato due guerre feroci con la scusa di esportare la democrazia, ma quando si tratta di importare oro nero si preferisce trattare con i tiranni.

                                                                                                          Federico Capezza
                                                                                                          thecapexcorp[at]yahoo.it
diritti
24 giugno 2009
Il baluardo europeo del "moralismo"


Censurare l'omosessualità per proteggere i bambini.
Questa è la motivazione dell'emendamento approvato il 16 giugno dal Parlamento lituano all'interno della "Legge per la protezione dei minori contro il dannoso effetto dell'informazione pubblica"; un nome che in alcuni può destare reminiscenze orwelliane.

Ben 67 parlamentari su 74 hanno votato l'emendamento che equipara ogni tematica legata all'omosessualità, compreso il dibattito pubblico sui diritti dei gay, alle immagini o ai testi violenti o che istigano a commettere atti autolesivi.
I promotori della legge spiegano:"la diffusione di un orientamento sessuale non tradizionale e l'esposizione a informazioni contenenti una visione positiva delle relazioni omosessuali possono avere conseguenze negative per lo sviluppo fisico, mentale e soprattutto morale dei minori", sarà così possibile censurare qualsiasi tipo di contenuto: immagini, testi, filmati.

Il timore è che questa legge possa effettivamente avallare e legittimare l'omofobia e che limiti la libertà d'espressione soprattutto nei confronti delle associazioni che si battono per i diritti di genere già fortemente marginalizzate e discriminate in Lituania.
Ricordiamoci che la Lituania aderisce all'Unione Europea dal 2004 e nel dicembre 2008 ha firmato un documento all'Assemblea Generale dell'ONU che ribadisce i diritti umani a prescindere dall'orientamento sessuale.

Il Presidente lituano Valdas Adamkus può bloccare l'iter legislativo ponendo il veto entro il 26 giugno, Amnesty International ha lanciato una raccolta di firme per convincere Adamkus a non firmare l'emendamento incriminato.

Purtroppo la cronaca di questi giorni conferma il proseguire di violenze e intimidazioni anche in Italia nei confronti degli omosessuali.
Il caso di Napoli, dove una ragazza ha subito lesioni notevoli  per aver difeso dei ragazzi gay dall'aggressione da parte di un gruppo di skinhead dimostra come questa sia una vera emergenza sociale, l'omofobia è paragonabile all'odio razziale e andrebbe severamente punita.
Tuttavia in alcuni paesi l'intolleranza è legata non solo ai movimenti di estrema destra ma anche ad alcuni ambienti clericali particolarmente retrivi.
Non a caso la Lituania è il paese baltico più cattolico.

Invito i lettori a visitare il sito www.amnesty.it e a leggere il testo dell'appello rivolto al presidente lituano.

                                                                                                     Federico Capezza
                                                                                                     thecapexcorp[at]yahoo.it




politica estera
11 giugno 2009
Alla ricerca del voto perduto

 

 

 Sembra quasi scontato che nei periodi di crisi economica l'Europa debba andare a destra mentre l'America svolta a sinistra.
A sostegno di quanti temono i ricorsi della Storia c'è il futuro assetto del Parlamento Europeo.
All'indomani delle elezioni per il rinnovo dell'Europarlamento il PSE, il Partito Socialista Europeo, si trova ad affrontare il periodo forse più difficile della sua storia.
La crisi dei vari partiti socialisti nazionali e le situazioni peculiari come il voto di protesta nel Regno Unito o l'indecisa collocazione europea del nostro Partito Democratico hanno comportato una perdita secca di 54 seggi per il gruppo socialista a Strasburgo ed un aumento del distacco dal gruppo del Partito Popolare Europeo da 72 a 103 parlamentari.

Conti alla mano la batosta parla francese.
Tradizione vuole che i partiti di governo si trovino a soffrire particolarmente proprio in occasione delle elezioni europee: quest'anno l'usanza si è confermata un pò dappertutto ma non in Francia.
Il voto europeo ha rafforzato il presidente Sarkozy e ha sancito l'ascesa travolgente dei Verdi dell'ex leader sessantottino Daniel Cohn-Bendit che ha provocato una vistosa emorragia di consensi soprattutto per il Parti Socialiste.
Il paladino del PSE in terra francese ha perso per strada 16 europarlamentari.

In Germania la Grosse Koalition non piace agli elettori.
Ad essere premiati sono i piccoli partiti, con l'SPD in piena crisi esistenziale che consegue il risultato più basso della sua lunga storia mentre il CDU della cancelliera Merkel resiste sulle sue posizioni.
Tuttavia il numero di seggi a favore del gruppo socialista europeo rimane invariato:23.

Il secondo governo Zapatero, baluardo del socialismo in una Europa sempre più spostata verso destra, vede confermata la sua traiettoria discendente.
Il sorpasso galvanizza il Pp di Mariano Rajoy nonostante le cifre, a noi italiani, sembrerebbero oggi quasi un pareggio: 42% contro 38%.
In sostanza il numero di seggi europei è mutato quasi impercettibilmente, il PSOE di Zapatero passa dai 25 rappresentanti del 2004 ai 21 di oggi, il PP da 24 a 23.

La bufera politica che ha colpito il Regno Unito, provocata dallo scandalo sui rimborsi delle spese dei parlamentari, ha penalizzato soprattutto il Partito Laburista del premier Gordon Brown, calato di 7 punti percentuali e di 6 seggi.
Il Labour ha rischiato concretamente di diventare la terza forza del paese, a favore dei Conservatori e dei Liberal.
La commedia del governo laburista sta vivendo gli ultimi atti.
Per la prima volta nella sua storia il partito xenofobo Bnp elegge un candidato a Strasburgo, simbolo di come questa tornata abbia visto un declino in Europa delle sinistre, un sostanziale rallentamento dei popolari e un'avanzata delle destre estreme.

In Italia si conferma il trend europeo di crescita dei partiti intermedi, nel nostro caso Lega Nord, Italia dei Valori e UDC, il PDL non riesce a sfondare mentre il PD limita le perdite.
Tuttavia proprio la futura collocazione europea del PD ha dato luogo a una serie di illazioni.

Il 23 giugno si svolgerà un incontro ufficiale per dare vita all'ASDE, Alleanza dei Socialisti e dei Democratici Europei, un tentativo di superare il PSE creando una più vasta formazione riformista, questa sembra essere la collocazione naturale del PD.
Il leader del PSE, Martin "Kapò" Schultz
(vittima di una delle più imbarazzanti gaffes berlusconiane) ha dichiarato a proposito dell'ASDE : "Si tratta di un passo importante per noi, che va nella direzione auspicata da tempo e sono molto soddisfatto per il fatto che il PSE, anche nella sua espressione parlamentare, abbia accettato di seguire questa strada. La portata di questo passo in avanti si capirà nel tempo".

La Storia a volte si ripete, tuttavia un "compromesso storico europeo" potrebbe cambiare le carte in tavola.
La partita per l'Europa è appena iniziata, saremo in grado nei prossimi 5 anni di uscire dalla crisi e progredire nelle politiche ambientali e di integrazione?
In ogni caso il progetto riformista europeo è legato a filo doppio dal rilancio delle varie componenti nazionali.

Federico Capezza

thecapexcorp[at]yahoo.it

 

 

 

 

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