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Tutto quello che non dovreste sapere
SCIENZA
11 novembre 2009
Il grande flop dell'EPR






In televisione non ne hanno ancora parlato, ma il progetto nucleare EPR, lo stesso che si vuole realizzare in Italia, non sta riscuotendo molto successo all'estero.
Gli Enti di sicurezza nucleare di tre Paesi hanno lanciato un allarme per quanto riguarda la sicurezza degli impianti in via di costruzione.

                                                                                        Federico Capezza
                                                                                        thecapexcorp@yahoo.it







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ECONOMIA
6 novembre 2009
Vaticano, ma quanto mi costi!
 


La Chiesa sta diventando per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo"

Queste parole sono state pronunciate trent'anni fa dal teologo progressista Joseph Ratzinger.
Ma oggi la Chiesa continua ad incassare dallo Stato italiano 4 miliardi e mezzo di euro annui.
Claudio Messora, di Byoblu, ha analizzato le entrate del Vaticano e le ha raccolte in questo articolo.

                                                                                            Gerardo Adinolfi
                                                                                            gerrino@hotmail.it



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CULTURA
2 novembre 2009
L'eredità dimenticata


Esattamente trentaquattro anni fa, il 2 novembre 1975, moriva uno dei più influenti intellettuali italiani:
Pier Paolo Pasolini.
Dopo trentaquattro anni, la foschia di mistero che circonda la sua prematura morte non si è ancora dissipata.
Purtroppo i nostri media generalisti sono troppo distratti dai calendari delle vallette per dare spazio alla notizia dell'anniversario e per rendere un doveroso omaggio a questo grande maestro.
Noi vogliamo ricordarlo con una intervista con Enzo Biagi dove Pasolini esprime il proprio giudizio sul sistema mediatico.

                                                                                                                 Federico Capezza
                                                                                                                 thecapexcorp@yahoo.it

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SOCIETA'
10 settembre 2009
"Esse est percipi": le cose esistono solo se sono percepite


Traggo spunto da Facebook ed in particolare da un gruppo che ha catturato la mia attenzione: esso in sostanza si chiede il perché la morte di un personaggio famoso come Mike Bongiorno susciti un elevato clamore mediatico mentre la morte di un operaio passa inosservata, dal cantiere alla tomba.

È una domanda ovviamente legittima e sicuramente retorica, a cui ognuno sa dare una risposta, o molteplici risposte. Nella fattispecie si parla del padre della televisione italiana, del re dei quiz, dell’uomo che con le sua voce, come detto dal linguista Tullio De Mauro, ha praticamente insegnato l’italiano ad una popolazione che contava, a metà degli anni 50’, circa l’89% tra analfabeti e possessori di una licenza elementare. Un pezzo di storia che dal bianco e nero è giunto a Sky.

Più in generale si tratta di un personaggio pubblico; non conosciuto grazie ai media, ma nato in essi, è l’esaltazione della notorietà. Sarebbe paradossale se non rimanesse nei nostri teleschermi anche da morto, sopportando pur sempre coccodrilli giornalistici ed ipocrisie aziendali.

Bene. E l’operaio morto?  Senza giri di parole: è ovvio che la morte di un operaio in un cantiere di una piccola città di provincia non farà lo stesso scalpore. Ciò non significa che sia giusto, anzi. Conferma le parole del filosofo inglese George Berkeley: “esse est percipi”, le cose esistono solo se sono percepite.

E percepire le cose, oggi, vuol dire vederle in televisione o, un po’ meno, leggerle sui giornali.

Tornando al gruppo citato di Facebook, una ragazza ha commentato: “non è vero, quando muore un operaio viene detto, solo che l'operaio non siamo tutti a conoscerlo il mondo è grande ed è difficile conoscerci tutti..Mike era in televisione e si sa che tutti la vediamo la televisione quindi è normale che dispiace visto che lui lavorava per la televisione”. Al di là della sintassi non proprio elaborata della frase, traspare quel concetto che, purtroppo, sta alla base della logica mediatica: si, è morto, ma chi lo conosce, domani dimenticheremo. Nessuna testimonianza, intervista, telecamera lo inserirà nella memoria popolare e televisiva (che, evidentemente, spesso arrivano a coincidere) del Paese.

Il discorso, però, è più ampio e più complesso. Possiamo sintetizzarlo in questo modo: il problema non è solo quell’operaio. Basta collegarsi al sito Articolo21.info, scorrere la pagina e leggere che dall’inizio del 2009, in Italia, sono morte sul lavoro 727 persone. Si sono verificati 727.470 infortuni e più di 18 mila casi di invalidità.

Eccolo il problema: il tempo mediatico dedicato a tutte queste persone non riuscirà, nelle nostre televisioni, a coprire, o quantomeno ad avvicinarsi, al tempo dedicato alla morte di un cosiddetto Vip. Non solo: l’opinione pubblica continuerà a non rendersi conto di questa mattanza, di questa piaga sociale, dell’assurdità di morire sul luogo che ti dà la possibilità di vivere.

Dò la soluzione: morti bianche. Allegria.

Rosario Di Raimondo


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SOCIETA'
4 settembre 2009
19 settembre: in piazza per una libera informazione
 


“Portare in piazza i problemi dell'informazione.” La Federazione Nazionale Stampa Italiana, l'Ordine dei giornalisti, l'Associazione Articolo21 e alcuni partiti dell'opposizione hanno proclamato,nel giorno 19 settembre, a Roma, una “manifestazione civica” per  difendere il potere di un giornalismo libero e senza condizionamenti.
“L'informazione non si farà mettere il guinzaglio”-si legge in un comunicato della Fnsi,  che invita “il mondo dell'informazione, assieme al mondo del lavoro e alla società civile a scongiurare questo pericolo”.
L'idea di scendere in piazza per ribadire la libertà del giornalismo si è concretizzata dopo gli avvenimenti dei giorni scorsi volti, secondo la Fnsi, a depotenziare “la funzione costituzionalmente garantita” di informare ed essere informati. Vicende che mettono in discussione l'autonomia della stampa italiana e che si affiancano ai precedenti procedimenti legislativi che mirano a limitare la libertà e il lavoro dei giornalisti.
La mobilitazione nazionale del mondo dell'informazione  avviene all'indomani della decisione del Presidente del Consiglio di querelare il quotidiano Repubblica e il Gruppo Editoriale L'Espresso per aver pubblicato 10 domande inerenti ai recenti scandali che lo hanno coinvolto. Il secondo attacco alla stampa Berlusconi lo ha effettuato citando per danni l'Unità, per un totale di due milioni di euro. Vittime delle querele la direttrice Concita De Gregorio e quattro giornaliste che avevano scritto articoli riguardanti lo scandalo sessuale che ha coinvolto il premier. Polemiche sono sorte anche dopo la decisione della Rai di non pubblicizzare sulle reti nazionali il documentario Videocrazy, che ricostruisce la crescita dei canali Mediaset e del sistema televisivo italiano. Secondo la Rai il film è “un inequivocabile messaggio politico e di critica al governo”.
Occhi puntati anche sulla vicenda che ha portato alle dimissioni del direttore di Avvenire Dino Boffo, accusato da Il Giornale del neo direttore Vittorio Feltri di essere un “noto omosessuale” e per giunta molesto. Le querele e i tentativi di controllare l'informazione, i forti attacchi scagliate dalle pagine dei quotidiani vicini al Governo volti a “sputtanare”,-secondo il direttore de Il Riformista Antonio Polito-, “quelli che hanno criticato il Cavaliere”, sembrano, per i fautori della libera informazione, misure per ridurre la stampa al silenzio.
La manifestazione del 19 settembre è  soprattutto in difesa dell'articolo 21 della Costituzione, che sancisce il diritto dei cittadini di esprimere la propria opinione mediante scritto, parola o altro mezzo di diffusione. Senza censure e senza bavagli.

                                                                                                                         Gerardo Adinolfi
                                                                                                                          gerrino@hotmail.it

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SOCIETA'
10 luglio 2009
Mi vergogno, avevo fame



“Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”. Scriveva questo Fabrizio De Andrè negli anni ‘70 in Storia di un impiegato.

Il nuovo “mostro” si chiama questa volta  Salvatore Scognamiglio, 40 anni, che qualche giorno fa, a Napoli, ha rubato un pacco di biscotti del valore di 1,29 euro.

Purtroppo per lui, due agenti della sorveglianza si sono accorti del reato e lo hanno consegnato ai carabinieri: la legge deve avere il suo corso, è normale.

Davanti ai carabinieri, Scognamiglio sembra essersi giustificato così: Mi vergogno, avevo fame...”; tuttavia è stato riconosciuto responsabile di rapina impropria. La nuova legge Cirielli, che prevede un giro di vite per i recidivi (Salvatore aveva già commesso reati simili), impone di non poter applicare attenuanti generiche o per danno lieve; dunque, questo delinquente, ha avuto una condanna a tre anni di carcere.

La notizia è passata in sordina, non tutti i quotidiani hanno pubblicato questa vittoria della giustizia sul male.

“Mi vergogno, avevo fame”: da un lato, il senso civico ed l’educazione che ci è stata data ci fa pensare subito che rubare è, e resta, reato. Tuttavia questa notizia fa viaggiare l’immaginazione, ed attraverso questo viaggio possiamo provare a spiegare come un uomo rinunci alla propria dignità per fame. Per il primo e veramente uguale bisogno che ci accomuna tutti: neri, bianchi, ricchi, poveri, stupidi, geni.

Sembra vederli gli addetti alla sicurezza: un pacco di wafer può semplicemente essere nuovamente riposto nello scaffale, Salvatore sarebbe potuto essere allontanato, magari dicendogli di non farsi vedere più. Ma è la sicurezza gente: via, dai carabinieri.

Anche i carabinieri sembra di vederli: uno di loro, voglia di carriera e fede nella legalità, interroga a fari puntati Salvatore, l’altro batte a macchina l’assurdo motivo del delitto: avevo fame. Che motivo  è? La fame è incomprensibile a chi non l’ha mai avuta, e poi Salvatore aveva commesso reati simili: è un recidivo, un ladro, delinquente, un pericolo per la sicurezza, per l’incolumità, per il quieto vivere.

Processo immediato. La legge è uguale per tutti, il reato di furto è uguale per tutti, gli anni di carcere da scontare sono proporzionali al reato commesso per tutti. Le condanne a volte non sono per tutti: se dichiari che il motivo per cui hai rubato è stato per fame, sei spacciato. Se dichiari altri motivi, o ti avvali della facoltà di non rispondere, hai qualche speranza di salvarti.

 

Rosario Di Raimondo

(rosariodiraimondo@yahoo.it)



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diritti
6 giugno 2009
I falsi miti della sanità privata



La sanità in Italia è pubblica. Visitando il Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, è possibile leggere i principi fondamentali del sistema sanitario nazionale (SSN); spiccano, tra essi, la responsabilità pubblica della tutela della salute, l'universalità e l'equità per l'accesso ai servizi sanitari, i finanziamenti pubblici ed il cosiddetto principio solidaristico.
Le violazioni di questo diritto non mancano
: basti pensare alla proposta dei medici-spia che, di fatto, impedirebbe ad un immigrato di presentarsi da un medico per farsi curare, per paura che venga limitata la sua libertà. Ma questo è un discorso a parte.

Come in altri settori, la sanità in Italia risulta spesso macchiata da pratiche burocratiche, disservizi, carenze, errori, mancate responsabilità: ovvero, come è riassumibile in una parola, malasanità.
Ai problemi del servizio pubblico, si è affiancato il sempre crescente fenomeno delle cliniche private; non solo: spesso le strutture private offrono servizi migliori di cui la gente si fida maggiormente in base alle proprie, diverse, esigenze. Fin qui nessun problema.
I problemi sorgono quando il servizio sanitario privato si pone ad un livello qualitativamente superiore rispetto a quello pubblico. Dato che nel primo caso i costi, per ovvi motivi che è inutile specificare, sono maggiori, quel principio di equità sancito dai principi fondamentali del SSN, nonché dalla Costituzione italiana, verrebbe soppiantato.
Da molti esponenti del centro destra, non ultimo il premier, si sente spesso elogiare il sistema sanitario privato, forse guardando con ammirazione il modello americano, dove il servizio pubblico è pressoché inesistente.

Privatizzare il diritto alla salute può creare discriminazioni profonde riguardo il diritto alla tutela della salute stessa? Vediamolo.

La privatizzazione della salute ha avuto effetti aberranti. Nella nazione più ricca del pianeta 50 milioni di cittadini non hanno diritto all'assistenza sanitaria: l'assicurazione costa troppo”: così il giornalista Federico Rampini commenta il sistema sanitario americano nel suo ultimo libro “Le dieci cose che non saranno più le stesse”. Una denuncia che lo stesso presidente Obama non ha risparmiato nel suo discorso d'insediamento: “In otto anni le tariffe delle polizze assicurative per l'assistenza sanitaria sono aumentate quattro volte di più degli stipendi medi. In ciascuno di questi anni un milione di americani hanno perso ogni prestazione medica”. In otto anni circa otto milioni di persone negli Stati Uniti non hanno potuto permettersi una visita od una prestazione medica per i costi eccessivi. Sempre Rampini: “La mortalità infantile [...] è due volte più elevata che in America che in Portogallo o in Slovenia. La probabilità per una donna americana di morire durante il parto è tre volte maggiore che in Grecia”. Morire di parto nel 2009: sembrerebbe quasi impossibile nel cosiddetto Occidente “civilizzato”.
Le assicurazioni sanitarie si riservano anche il diritto di rifiutare di assicurare quei cittadini che, sulla base di test clinici, non risultino abbastanza sani. La crisi economica, infine, non ha risparmiato neanche questo settore, ovviamente.
Prima di evocare falsi miti, prima di distruggere un diritto come quello alla salute, occorrerebbero scelte ponderate, sagge, razionali. Magari ammainando le bandiere del libero mercato, almeno quando si parla del diritto alla vita per tutti.


Rosario Di Raimondo
(rosariodiraimondo@yahoo.it)


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ECONOMIA
2 giugno 2009
Capitalismo anno zero: quando le regole?

La crisi non è passata. Contrariamente da quanto, con goliardico spirito ottimistico, si legge sui giornali o si ascolta dalle varie dichiarazioni, i problemi economici permangono, così come i licenziamenti, i soldi che mancano, gli industriali che protestano.
Il problema è che poco o nulla è stato fatto per evitare che, in futuro, una crisi del genere stronchi nuovamente i sistemi nazionali.

La responsabilità maggiore della crisi è attribuibile alle banche. Perché?
Anno di grazia 2001: gli USA dichiarano guerra all'Iraq, la Federal reserve bank, la banca centrale statunitense, abbatte il costo d'interesse: dal 6% si arriverà all'1%. Significa che prendere in prestito del denaro in banca costerà meno, ovvero si pagheranno minori interessi al momento della restituzione del prestito.
Obiettivo: stimolare la domanda interna, ovvero i consumi. La gente avrebbe comprato di più, il Pil sarebbe aumentato, la guerra si sarebbe finanziata. Già,
la guerra: questo piano, infatti, prevedeva che, tramite la vittoria in Iraq, il petrolio del medio-oriente sarebbe stato rivenduto dagli Stati Uniti traendo enormi vantaggi. Questo per chi pensa che gli Usa avessero voluto esportare democrazia tramite la guerra, che costava circa 3000 miliardi di dollari l'anno.
Torniamo negli Stati Uniti: con una politica del prestito tale da incoraggiare tutti ad chiedere del denaro, dato che costa meno farlo, si sviluppa il fenomeno dei mutui
subprime.
Il problema non è esclusivamente la concessione di prestiti ai cittadini, a favore di accedere ai mutui, bensì nella concessione di denaro a chi non poteva offrire nessuna garanzia, i cosiddetti
ninja.
Concedendo i prestiti ai Ninja, spesso senza lavoro né soldi reali, la banca rischiava parecchio. Ed ecco l'espediente: questi titoli di credito, di proprietà delle banche, erano immessi e venduti sul mercato agli acquirenti, spesso come pacchetti di titoli, gli headge founds.
Tutti potevano tranquillamente richiedere ed ottenere prestiti per i consumi più vari: non solo case, ma anche automobili, viaggi e così via.

Gli acquirenti erano così cretini da comprare titoli ad alto livello di rischio? No. Le società di rating, contattate dalle banche (altro paradosso), dovevano stabilire se quei titoli erano sicuri ed affidabili. Evidentemente lo erano, dato che gli investitori acquistavano tali titoli, diventavano creditori e aspettavano, sfregandosi le mani, la data di riscossione del credito più gli interessi.
Gli anni passano, e con questo sistema malato e questa economia drogata da titoli tossici, il debito delle famiglie americane è schizzato a 18.000 miliardi di dollari, mentre il Pil è aumentato di 3.800 miliardi: era, ed è, un'economia basata sul credito che, però, dimentica o non prende in considerazione la possibile inesigibilità del debito.

Infatti la guerra non è finita e per far fronte alle difficoltà la Federal reserve ha nuovamente aumentato i tassi d'interesse (fino al 5,25%): essendo mutui a tasso variabile, gli interessi da restituire erano quindi maggiori di quelli che si sarebbero dovuti pagare al momento della stipulazione del mutuo.
La bolla si rompe: chi aveva pochi soldi ed accese un mutuo, è sul lastrico poiché stroncato dagli interessi (si parla di ceto medio). Chi non aveva soldi ma ha ricevuto lo stesso il mutuo è addirittura tranquillo: per lui non è cambiato nulla. Ma chi aveva comprato quei titoli, gli investitori, si ritrova ora senza un soldo rispetto agli investimenti che aveva fatto, sui quali era stato magari consigliato e dal quale si aspettava la massima esigibilità grazie alle agenzie di rating.

Giocando a poker con i risparmi della gente, accompagnate dalle accondiscendenti agenzie di rating, le banche hanno fatto sì che sul mercato fossero immessi titoli che lo hanno destabilizzato, ammalato. Questo “cancro”, ovviamente, si è esteso anche in Europa.
In Gran Bretagna, addirittura, dove il liberalismo è più religione che una teoria economica, si è statalizzata una delle banche principali del Paese.
Le banche hanno ora bisogno di liquidità, per non fallire come le altre: liquidità concessa ovviamente dagli Stati. Il punto non è la ricapitalizzazione da parte dello Stato (e quindi da parte dei contribuenti); bensì
è capire come costruire un insieme di regole che evitino simili scellerate operazioni economiche. Operazioni che, è giusto chiarirlo, colpiscono in primis i ceti poveri.



Rosario Di Raimondo
(rosariodiraimondo@yahoo.it)

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SOCIETA'
28 maggio 2009
Minacce durante un'intervista di Anno Zero: silenzio in studio,ovviamente



Anno Zero, puntata di lunedì 25 maggio.
Il giornalista intervista Massimo Bini, braccio destro di Salvatore Ligresti.

Si parlerà di Milano, degli appalti, delle mafie, dell'Expo, dei soldi, perfino della "lontana" Tangentopoli. Leggete come Bini risponde al giornalista...

I: Salve Massimo Bini?

M: Si.

I: sono Luca Bertazzoli di Rai 2. La chiamo per chiederle un'intervista.

M: per che cosa, scusi?

I: per Anno Zero, ci stiamo occupando del gruppo Ligresti.

M: occupando del gruppo Ligresti...con la trasmissione di Santoro!

I: Si.

M: ah bravi complimenti! Attenzione che noi siamo quotati in borsa!

I: Lei è il braccio destro di Salvatore Ligresti, è vicepresidente di due importanti società del gruppo. Lei viene dal partito socialista, Ligresti era molto vicino a Craxi...

M: ma no vede...queste sono cose che riguardano la politica. Parliamo del gruppo Ligresti o parliamo della politica: sono due cose diverse.

I: è innegabile che politica ed economia si intreccino.

M: perchè mescolate tutto? Voi fate questo circo, fate venire le persone come al circo, le fate saltare come i cani al circo, io non appartengo alla categoria dei cani che saltano.

I: per carità, però...

M: DI SOLITO IO FACCIO SALTARE GLI ALTRI, NON SO SE MI SPIEGO..

I: in che senso?

M: ahahahahaah!!!(forte risata)

Due riflessioni:

1) Era forse una battuta, quella di Bini? Anche se lo fosse stata, sicuramente non era di buon gusto. Sembrava più una minaccia, neanche troppo implicita. Perchè in studio non si sono fatte notare quelle parole?

2) "Attenzione che noi siamo quotati in borsa!": questa frase vale più di mille convegni sul giornalismo libero e sui rapporti tra capitali ed informazione distorta. Non a caso nel 2004 Ligresti è stato nominato da Berlusconi come amministratore delegato del gruppo Rcs, che controlla anche il Corriere della sera.

A buon intenditore, quindi.

Rosario Di Raimondo
(rosariodiraimondo@yahoo.it)


Guarda l'intervista andata in onda su Anno Zero (verso il minuto 12).



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SOCIETA'
27 maggio 2009
Morti bianche: la storia che si ripete

 L'ultima vittima è un operaio di 35 anni, morto sotto il peso di un carico precipitato da una gru in un cantiere di Parma.
Martedi 26 maggio  altri tre lavoratori erano deceduti nella raffineria Saras, in Sardegna.
Le morti bianche, cioè la morte sul lavoro,è una piaga “dolorosissima e inquietante” dell'Italia, così come definita dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel discorso del 1 maggio.
La morte dei tre lavoratori nella cisterna della raffineria di proprietà dei Moratti pare aver risvegliato l'attenzione nei confronti di questo problema.
Dichiarazioni dei politici che esprimono profondo cordoglio e si dimostrano, almeno a parole, vicini alle famiglie delle vittime. La senatrice della Lega Nord Angela Maraventano ha affermato che la morte dei tre lavoratori “è una tragedia che non deve più succedere”, mentre il segretario della Cgil Epifani ha affermato che il tema degli incidenti sul lavoro “chiama in causa la responsabilità di tutti”.
Parole, commenti, accuse reciproche. Ma intanto si continua a morire sul posto di lavoro. Dal 2006 sono 26 i lavoratori che hanno perso la vita nelle cisterne. Solo un anno fa, l'11 giugno 2008, nella cisterna di Mineo, in Sicilia, in sei perdono la vita per pulire una vasca del depuratore.
Pochi mesi prima, il 3 marzo, a Molfetta erano morte cinque persone, quattro dipendenti e il titolare dell'azienda Truck Center, a causa delle esalazioni liberatesi durante la pulitura della cisterna di un camion.
Eppure i dati relativi alle morti sul lavoro negli ultimi anni sembrano in calo. Il numero di morti bianche in Italia, che ha toccato il punto più alto nel 2006 con 1280 vittime in un anno, è in diminuzione e si assestato al di sotto dei 1200 casi l'anno.
I dati, però, si riferiscono a casi regolarmente denunciati e pertanto la quasi totalità dei casi è relativa a persone con regolare contratto di lavoro.
Nelle statistiche non vengono considerati i lavoratori assunti in nero, soprattutto extracomunitari, le cui morti spesso non vengono denunciate dai titolari italiani.
Tragedie, quelle delle morti sul lavoro, che spesso si potrebbero evitare. Morti annunciate, secondo i sindacati, che chiedono l'accelerazione dell'entrata in vigore del testo unico sulla sicurezza.
Proprio poche settimane fa il Ministro del Welfare Sacconi aveva criticato il testo unico sulla sicurezza approvato da Prodi poco prima della caduta dell'esecutivo, nell'aprile 2008 e non ancora entrato in vigore.
Il testo unico prevede tante novità rispetto alla normativa vigente, ed in particolare l'insaspimento delle sanzioni per i datori di lavoro inadempienti, disposizioni di sicurezza nei cantieri temporanei o mobili e l'obbligo per il datore di lavoro di valute rischi collegati allo stress da lavoro, alle lavoratrici in stato di gravidanza e ai lavoratori provenienti da altri Paesi.
Ma la lotta alle morti bianche deve essere condotta in modo trasversale, non solo da politici e sindacati ma anche dal mondo dell'informazione.
I media, infatti, hanno il compito di informare per aumentare la consapevolezza ed aiutare la prevenzione, non rilegando una notizia di una vittima sul lavoro come solo un fatto di cronaca.
Dopo il 2006, che per i media è stato l'anno delle notti bianche, così come il 2009 è l'anno degli stupri, data la rilevanza che giornali e telegiornali danno all'argomento, l'attenzione verso il problema delle vittime sul lavoro è andata via via calando.
A differenza degli incidenti, che continuano a provocare vittime innocenti.
                                                                                                        Gerardo Adinolfi
                                                                                                           gerrino@hotmail.it



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Gli autori:

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Collaboratori:

Antonio Marco Vitale
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