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Tutto quello che non dovreste sapere
14 gennaio 2010
Studenti provvisori: inchiesta sul rapporto studenti-residenti a Urbino

Ecco a voi un'inchiesta realizzata da me (Lorenzo Chiavetta) e i miei compagni di corso di Editoria, informazione e sistemi documentari ed Editoria, media e giornalismo, con il preziosissimo aiuto-guida della professoressa Daniela Morandini.

 

 

 

Urbino e gli studenti? Ma dove sono gli altri? E come vivono insieme?

Da generazioni, la gente di qui se ne va. Gli universitari sono diventati una parte importante dell’economia del Montefeltro. Ma per loro è difficile incontrare  le persone del posto che sono rimaste. E non è neanche facile  per loro riuscire a parlarsi: ci sono tanti gruppi  che non sempre riescono a comunicare. Qui si vive bene ma alla domanda “sei cittadino o turista di passaggio?”, tutti rispondono di sentirsi provvisori. Non progetteranno la loro vita qui. “Per adesso sono un cittadino, ma so che devo andare via, quindi sono anche un turista”. Eppure l’influenza degli studenti sulla vita cittadina potrebbe arrivare anche all’ambito politico.

Uno studente in Consiglio comunale è infatti la proposta di Alberto Sofia, presidente dall’Associazione Universitaria Fuorikorso Urbino. Chiede che uno di loro entri in Comune. L’idea appoggiata, tra gli altri, dal nuovo rettore Stefano Pivato, non ha ancora avuto risposta dal sindaco Corbucci. Se l’ipotesi non passasse, si potrebbe pensare a incontri tra il Municipio e gli studenti. “Abbiamo organizzato varie conferenze, aperte a tutti” – ci spiega Sofia – “molto seguite sono state le ultime due iniziative – prosegue – Abbiamo parlato di libertà d’informazione e di omofobia. Un discorso che non deve finire qui”. Perché il rapporto tra studenti e residenti è un nodo centrale della vita di Urbino.

 Nella Città Ducale infatti, vivono circa 30000 persone. Quasi la metà sono studenti. La maggior parte vive nel centro storico e vicino all’ospedale.  Secondo l’Ufficio Tributi della Provincia, tra il 2005 e il 2007 i contratti d’affitto sono aumentati ma negli ultimi due anni invece sono rimasti più o meno stabili. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo.

I contratti d’affitto sono di due tipi: libero o concordato. Con il primo, per le famiglie, il proprietario può stabilire il costo dell’affitto. Con contratto concordato, rivolto agli studenti, il proprietario non può richiedere una cifra troppo alta. Ma cosa vuol dire cifra troppo alta per una stanza? E qui si fa presto a superare il confine della legalità. Oltre gli affitti regolari, ci sono quelli in nero. Come facciamo a scoprirli? Secondo la responsabile dell’Ufficio Tributi, spesso una casa affittata in nero viene dichiarata al Tribunale come seconda casa, quindi il consumo di acqua, luce, gas e telefono non risulta paradossale. Adriana Sorduro, studentessa fuori sede, ha abitato per un anno in un appartamento non in regola. Secondo la studentessa conviene: il prezzo è più basso e non bisogna anticipare la caparra. Ma questo è un contratto fuori legge. Cosa pensa la polizia municipale? “Chi affitta in nero va incontro a sanzioni, ma non rischia la galera”.-ci spiega l’Ufficiale di turno -“Tanto in Italia, chi finisce in prigione?. Gli evasori non vengono arrestati, figuriamoci chi affitta in nero!”. Ci chiediamo allora quale sia l’impegno degli uomini di questo ufficio. Il poliziotto afferma che la municipale non si occupa di questi problemi, perché già impegnata con il commercio e la viabilità.  Del mercato nero degli affitti, se ne devono occupare Finanza e Carabinieri.

Gli studenti universitari sono comunque il motore economico di Urbino. Dai locatori ai commercianti, tutta la città dipende sempre più da loro. Ma la convivenza non è così semplice. Siamo andati a chiederlo alla Polizia Municipale. Il comandante non c’è. Ci risponde un vigile urbano addetto al lavoro di scrivania. Ci elenca che le proteste dei cittadini contro gli studenti sono per gli schiamazzi notturni e i comportamenti “indecorosi” sui gradini della piazza. Non sa dire però quanti siano i reclami. L’amministrazione comunale ha comunque  imposto ai locali di chiudere al massimo alle 2:00 ed ha affisso targhette sulle colonne. Leggiamo:

E’ fatto divieto sedersi o bivaccare sui gradini, sulla balaustra e sulla pavimentazione del portico. Sanzione da euro 50.00 a 300.00. Art 8 Reg. P.U. Area video sorvegliata”. Un divieto questo che risale al 1963, come racconta il farmacista che lavora proprio sotto quel portico.

Ma sono davvero così teppisti gli studenti di Urbino? Torniamo alla Notte bianca del maggio 2009. Un ex poliziotto, Guido Silli, ferisce due musicisti di un gruppo locale “I Barbacans”, Lorenzo e Matteo. Secondo i giornali si trattava di una carabina, secondo i ragazzi l’arma era modificata. L’ex poliziotto, esasperato dalla musica, spara dalla finestra di casa verso le casse acustiche. Ferisce i ragazzi. La Polizia e i soccorsi intervengono subito. Lorenzo viene colpito alla gamba e al braccio, Matteo alla spalla.

Un anno dopo siamo andati a incontrarli. Matteo ci racconta di aver sentito come una siringa entrargli nella spalla. Di aver avuto paura. Alla vista dell’amico ferito tutti sono scesi dal palco. “Non era la prima volta che l’uomo provava a sparare – continua Matteo – aveva addirittura usato il fucile a piombini per spaventare i ragazzi che si incontravano nella piazza sotto casa sua.”

Abbiamo cercato anche chi quella notte ha sparato. Non l’abbiamo trovato. Ci ha ricevuti una persona a lui molto vicina che non vuol essere nominata. Ancora oggi, dice che l’uomo non voleva colpire i ragazzi, ma solo far loro paura. La signora ha inoltre detto che anche i vicini di casa, pur non condividendo il gesto, capivano l’esasperazione dell’ex poliziotto.

 Ma Urbino non è solo rumore, spari feste e musica. Sono migliaia gli studenti che tutti i giorni vanno avanti e indietro per seguire le lezioni e per fare gli esami. Chi sono? Ne abbiamo intervistati due tra i più significativi. Fabio e Giulia provengono dall’entroterra senigalliese. All’inizio avevano deciso di spostarsi in macchina, per non perdere amici e fidanzati. Ora non sceglierebbero più di fare i pendolari. Molti i motivi: tanti chilometri da percorrere – in media 500 la settimana – su strade spesso gelate; soldi che se ne vanno in parcheggi, benzina, multe. Fabio ci sottolinea come qui non riesca a trovare amici nuovi. A Giulia dispiace non solo di aver perso la vita universitaria, ma anche di non avere rapporti di collaborazione con i suoi colleghi. Ma così non è per tutti.

Per qualcuno, casa-università tutti i giorni è una soluzione comoda, veloce ed economica. Secondo diversi studenti, infatti, la Strada Statale 77/bis che collega la città ducale con la costa marchigiana, rappresenta la soluzione più rapida ed economica. “Io mi trovo bene come pendolare -sottolinea Marco, studente di Lettere e Filosofia-. In macchina mi rilasso e in 30 minuti sono in facoltà.” Il traffico è poco. “La recente apertura della nuova bretella agevola l’ingresso ad Urbino” . Poi ci  sono i vantaggi economici. “La benzina costa, ma rispetto agli affitti il risparmio è certo.”

Per chi sceglie i mezzi pubblici invece, la situazione cambia. Per il tragitto Pesaro-Urbino, una trentina di chilometri, la società Adriabus fornisce una corsa all’ora e diversi viaggi cosiddetti rapidi. Un’ora e un quarto le corse lente, tre quarti d’ora quelle veloci. 2,75€ per l’intero tragitto. Molti sembrano soddisfatti. Ma un terzo degli studenti protesta: poche corse, prezzi eccessivi, personale scortese e i ritardi che ormai sono un’abitudine.

In passato anche la ferrovia è stata una valida alternativa per arrivare fin qui. Era il 31 Gennaio del 1987 quando l’ultimo treno ha percorso la vallata del Metauro sul binario unico che collega la stazione di Fano a quella di Urbino. Da allora si susseguono ipotesi sulla possibilità di una riapertura della linea, di una sua trasformazione in pista ciclabile o del suo smantellamento. Ma quali sono i reali motivi per cui la ferrovia è stata chiusa? Lo abbiamo chiesto a Giovanni Carboni, dell’associazione Ferrovia della Val Metauro. “La Fano-Urbino è stata chiusa perché aveva tanti passaggi a livello non automatizzati, e impianti vecchi. La tendenza di quegli anni era di chiudere e spingere verso la circolazione su gomme, la politica locale vedeva in quella linea solo un intralcio alla circolazione stradale.”  Così la stazione di Urbino è diventata un bar.

Per far circolare almeno le idee, da tre anni a Urbino c’è Radio Urca, la radio degli studenti dell’università che ha dato vita al progetto U-wic. La rete wireless che ha permesso la diffusione del collegamento ad internet in tutta la città. Gli studenti di Urbino hanno a disposizione un grande strumento per diffondere le proprie idee ma sembrano apprezzarlo poco. La radio trasmette  dal Collegio Tridente, vicino all’atrio dove c’è un grande via-vai di persone, ma pochi si avvicinano agli studi. Perché gli studenti non entrano? Non hanno tempo, non interessa o forse hanno paura di esporsi. I ragazzi vanno alle feste organizzate in città dalla radio, ma ci andrebbero anche se fossero promosse da qualsiasi altra associazione. Lo streaming, che permette di farsi ascoltare in tutto il mondo, non riesce ad attirare però gli studenti della porta accanto, che abitano a due passi dagli studi e frequentano il bar dei collegi che trasmette invece altra musica.

Portare il microfono in strada e la piazza in radio è l’unico modo per interessare gli studenti di Urbino”, ci dicono in redazione. Ma quale piazza e quali strade? Secondo l’ISTAT da quasi vent’anni la popolazione non cresce. Secondo gli ultimi dati del Ministero dell’Istruzione gli iscritti all’università “Carlo Bo” continuano a diminuire. In crisi l’agricoltura e l’artigianato, la città basa la sua economia sull’Università e sul turismo. Gli appartamenti del centro storico sono quasi tutti affittati a studenti, la gente di qui se n’è andata.

Questa è diventata una città di “passaggio”, gli universitari affollano Piazza della Repubblica fino alla laurea, poi vanno a cercare lavoro da un’altra parte. Anche i giovani di Urbino se ne vanno. Nonostante le antiche meraviglie, nonostante il Polo Accademico di qualità, nonostante la misura d’uomo, l’imperativo dello studente provvisorio è “scappare” .

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gruppo di lavoro: Sabrina Giovanelli; Monica Trabocchi; Davide Lupi; Francesca Di Felice; Andrea Marcellini; Mirko Chiappinelli; Rachele Bifolchi; Rosa Mancini; Tommaso Bertelli; Fabrizio Salvi; Loredana Garzarella; Michele Morelli; Roberta Fonti; Marco Gava; Riccardo Silvi; Lorenzo Chiavetta; Pietro Capuano; Claudio Trasatti; Silvia Martinelli; Claudia Dondi; Alessio Santarelli; Noemi Bicchiarelli; Alberto Sofia; Martina Zelco; Silvia Pompili; Orazio Martino; Dario Greco; Mirco Giorgi; Michele Ciliberti. Professoressa Daniela Morandini.

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17 novembre 2009
63esimo posto

Claudio Messora, alias Byoblu, ci aggiorna sulla classifica dei Paesi meno corrotti del mondo. L'Italia è al 63esimo posto. Nel nostro Stato c'è più corruzione che in Cile, Ungheria, Corea, Isole Mauritius, Cipro, Estonia, ........ (devo continuare?)

Lorenzo Chiavetta

(lorenzo8619@hotmail.it)

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permalink | inviato da Mister Lorenz il 17/11/2009 alle 19:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
30 settembre 2009
Un nuovo Ministero in arrivo

Nuovi ministri crescono. Con 136 voti a favore, 15 contro e 89 astensioni, il Senato ha oggi approvato il disegno di legge “che propone l'istituzione del Ministero della salute e l'incremento del numero complessivo dei Sottosegretari di Stato”(fonte:Senato.it). Il dibattito si sposterà ora alla Camera.
Il nuovo dicastero, in pratica, sarà scorporato dai lavori dell'attuale Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali. E pensare che, già dal 1997 con la legge n.59 (la Bassanini 1), si cercò di avviare un progetto di razionalizzazione dei ministeri che, ovviamente, comportano una maggiore spesa pubblica.
Esaminiamo il ddl. La proposta legislativa è stata presentata da Berlusconi, dall'attuale ministro del lavoro Sacconi, da Tremonti e, udite udite, da Renato Brunetta, impegnato ultimamente in crociate varie per le razionalizzazioni della spesa pubblica.
Relatore del testo è Carlo Vizzini, Popolo della libertà, in qualità di presidente della prima Commissione permanente (Affari costituzionali).
Questo disegno, se passerà, consentirà l'incremento del numero di ministeri da 12 a 13 ed un aumento dei membri del governo da 60 a 63, per un onere complessivo annuo di 920 mila euro.
Tuttavia, come si evince dalla relazione tecnica riguardante il progetto, a livello finanziario non dovrebbe cambiar nulla, giacchè si tratta di un “trasferimento di strutture organizzative gia` operanti nel previgente assetto organizzativo, ivi comprese le risorse umane, strumentali e finanziarie utilizzate
a legislazione vigente per l’espletamento dei relativi servizi”.
Dunque si tratterebbe di un ripristino, dato che nell'ultima legislatura il Ministero per la salute era già presente. Lo scorporamento servirebbe, in particolar modo, ad “adottare una politica sanitaria unitaria che si saldi alle competenze regionali”.
Ah, se è così...
 
Rosario Di Raimondo
28 settembre 2009
Siamo noi che non vogliamo essere liberi


L'ultima puntata di Annozero ha dato il via ad una serie di proteste diffuse da parte di esponenti del centro destra. Il Giornale e Libero hanno lanciato una campagna per disdire il canone Rai, ribattezzato per l'occorrenza “tassa Santoro”. Un'iniziativa trasversale, già da tempo portata avanti da Beppe Grillo, dall'Italia dei valori, ed a cui si è recentemente aggiunta la raccolta di firme di Daniela Santanchè poiché “manca il pluralismo nel servizio pubblico”.

Andiamo con ordine, e partiamo dalle parole del premier, pronunciate qualche tempo fa, dove si stupiva del fatto che il servizio pubblico italiano, unico al mondo, critica l'esecutivo. E citò a tal proposito alcune trasmissioni in particolare: Annozero, Report, Ballarò.

Aggiungiamo a questi tre Porta a porta e proviamo a farne un confronto. Report è l'unico programma in Italia che si occupi esclusivamente del cosiddetto giornalismo investigativo. Se si vanno a scorrere i titoli delle puntate della scorsa edizione, troviamo inchieste di diverso tipo e, in poche puntate, si sono criticate azioni o provvedimenti del Governo. Atto che è, come spero sia comprensibile, un modo legittimo di esprimere opinioni differenti su determinati argomenti: si dice che sia il cardine della democrazia.

Ballarò, spesso catalogato “di sinistra” ha una conduzione equa ed un contraddittorio costante; i confronti politici non appaiono così sbilanciati da una parte o dall'altra.

Ed arriviamo ai primi due: Annozero e Porta a porta. Dire che il primo non sia di sinistra sarebbe come affermare che Vespa è iscritto al Partito democratico. Porta a Porta è stato spesso accusato di scarso pluralismo e, in effetti, invitare un premier e farlo parlare senza alcun contraddittorio efficace, appare poco plurale (come è accaduto già due volte quest'anno). A parte ciò, ed escludendo quelle puntate dove non si parla di politica, il contraddittorio è garantito.

Annozero è una “voce” diversa; sicuramente non filo-governativa. Da Santoro, però, non è mai andato un Franceschini, un Di Pietro od un Veltroni da solo a parlare per svariato tempo di tutto e di tutti, magari contornando il comizio televisivo con dei bei insulti. Annozero garantisce, anch'esso, il contraddittorio tra gli ospiti. E se ne son visti di memorabili, come i “mavalààà” di Ghedini, tanto per ricordare il più simpatico. Unica eccezione sono gli appuntamenti fissi di Travaglio e di Vauro, un quarto d'ora circa per l'uno, 6 minuti per l'altro, spesso finiti al centro di polemiche.

Caratteristica in comune di questi programmi, ovvero ciò che a volte li rende particolarmente inutili a mio avviso, è il sostanziale “ma alla fine chi ha ragione?” che qualsiasi spettatore privo di pregiudizi potrà domandarsi al termine della trasmissione, in particolare quando si discute di argomenti non conosciuti da tutti.

Per il resto, punti di vista. Ma, come ha fatto notare oggi Curzio Maltese su Repubblica, Annozero ha avuto il merito di trasmettere spezzoni mai visti prima, come la conferenza stampa di Berlusconi in Spagna, a fianco di uno sconcertato Zapatero. Gran parte della prima puntata di quest'anno è stata dedicata a voci del centro-destra. Ed allora perchè la trasmissione è stata accusata di spargere “spazzatura, vergogna, infamia, porcherie”? Sono andati in onda i fatti!

C'è la libertà d'opinione, ma anche la libertà di voler ascoltare le opinioni altrui. Ero tra i sei milioni (pensate agli utili di un simile share) che hanno guardato Annozero, vuoi per curiosità, vuoi per qualsiasi altra ragione. Sei milioni è una cifra veramente grande, il 10% del Paese (approssimativamente, ovvio). Non ero invece tra gli spettatori di Vespa quando il presidente del Consiglio ha sfoggiato l'azione del suo Governo consegnando le case in Abruzzo. Per me aveva toni propagandistici, come il fatto di aver annullato programmi come Ballarò o Matrix per tale occorrenza.

Bando ai discorsi politici: se, come sostiene Scajola, bisogna difendere i telespettatori, si potrebbe obiettare che i telespettatori sanno già difendersi da soli. Con un telecomando. Senza querele, urla, baccano. È la libertà di scegliere: posso leggere Il Giornale o l'Unità. “No, la Rai è finanziata dal canone!”. Beh, anche la carta stampata è finanziata da soldi pubblici.

Ciò che dovrebbe preoccupare tutti, invece, è che una parte politica – nella fattispecie quella di centro-destra – voglia tappare la voce ad una trasmissione che si pone in maniera critica dinnanzi al governo. Elettori, simpatizzanti, seguaci del centrodestra: se un presidente del Consiglio del Partito Democratico decidesse improvvisamente che Porta a Porta sia contro il governo e voglia chiuderlo, lo riterreste un comportamento democratico? Si, è questo che deve far più paura: ritenere legittimo che un'autorità, in questo caso il Governo, pensi sia giusto zittire voci dissenzienti, diverse, contrarie. Ovvero la base, il fulcro, l'essenza della democrazia.

Rosario Di Raimondo

16 settembre 2009
Razzismo ed antirazzismo: due esempi di un’Italia agli antipodi

                                                  

Milano, quartiere popolare di San Siro. C’è una scuola elementare, la “Lombardo Radice”. Segni particolari: secondo stime ufficiose, su 97 bambini ci sono solo 4 italiani. Quasi uno ogni 25. Le stime sono ufficiose perché la direttrice della scuola ha imposto i riflettori spenti su questo caso, che potrebbe facilmente concentrare sulla scuola le solite chiacchiere della politica, partendo dal fatto che la Gelmini ha stabilito un limite del 30% degli studenti stranieri, per classe.

Diverse culture, “diverse razze” (che brutta parola, lo so), differenti stili di vita, ricordi, scenari: una sola lingua, l’italiano. Un esempio di integrazione. Ed i genitori dei bambini italiani? Non hanno paura? Ecco cosa hanno risposto alcuni genitori di bambini italiani: Sono gli adulti ad avere paura. Per i bambini la convivenza è normale, un fatto naturale. Le difficoltà d'integrazione? Dicerie.(fonte AndKronos).

Già, l’innocenza dell’infanzia. Quella stessa innocenza che manca agli adulti, che si trasforma in ignoranza, in intolleranza, in razzismo. Quell’innocenza persa che poi vediamo nelle bandiere e negli slogan, nelle urla: “a casa loro!”.

Padova, Centro grandi ustioni. Un uomo di 56 anni, operaio, è portato d’urgenza al Centro a causa di una vampata che gli ha causato ustioni su tutto il corpo. L’infermiera notturna è una donna di colore proveniente dal Congo. Appena ha visto chi voleva curarlo, l’uomo, nonostante le ferite, è andato in escandescenza urlando: “Non voglio che i negri mi tocchino. Tutti a casa. Bossi ha ragione"(uno slogan utile per la prossima campagna mediatica della Lega). Il personale ospedaliero, per riportarlo alla calma, ha dovuto effettuargli una iniezione.

Due considerazioni: l’integrazione non è impossibile, evidentemente. E soprattutto, in luoghi di aggregazione sociale, se ne può favorire l’attuazione. Allora perché porre limiti percentuali?

Personaggi pubblici, in particolare forze politiche con particolari ideologie, dovrebbero invitare a riflettere di più: la politica è – d’accordo, dovrebbe essere – un servizio per la comunità, ed è responsabile della comunità stessa. Ma pensate: un uomo ustionato con ferite in ogni parte del corpo ha ancora la forza di insultare un’infermiera di colore. E di nominare Bossi.

Nel numero de l’Internazionale di questa settimana, è stato pubblicato un documento eccezionale:

"Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l'acqua, molti puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in 2. Dopo pochi giorni diventano 4,6,10...Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto, e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici, ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati in strade periferiche. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o attività criminali".

Questa è una dichiarazione di cittadini statunitensi nei confronti degli immigrati italiani all’inizio del ‘900. Proprio rivolto a noi! Che “ce l’abbiamo duro”!

Rosario Di Raimondo





permalink | inviato da Ros_ il 16/9/2009 alle 15:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
29 giugno 2009
Iran: la censura non ferma le proteste



“La più grande prigione al mondo per giornalisti”.
Così “Reporter senza frontiere” ha definito l'Iran. La nazione mediorientale è riuscita a raggiungere la Cina in testa alla non invidiabile classifica sulla mancanza di libertà di stampa.
Sono quasi 40, secondo Rsf, i giornalisti e i blogger arrestati dal governo iraniano che cerca, con la censura, di impedire la diffusione di notizie sugli scontri che dal 12 giugno animano e affliggono il Paese.
La rivolta è scoppiata in Iran all'indomani delle elezioni presidenziali che hanno riconfermato Mahmud Ahmadinejad alla guida del paese.
Il governo iraniano cerca di arginare le rivolte in tutti i modi, anche impedendo l'accesso alla rete. I Guardiani della rivoluzione, che sono alle dipendenze del leader supremo Alì Khamenei, hanno il compito di rimuovere qualsiasi materiale che “crei tensione”. I Guardiani hanno arrestato i giornalisti iraniani e rinchiuso in alberghi i giornalisti stranieri.
Un bollettino di guerra, che continua ad aumentare di giorno in giorno.
Vittima della censura è stata anche l'emittente satellitare Al Arabiya, che ha dovuto chiudere gli uffici iraniani fino a nuove disposizioni del governo.
Nonostante il tentativo del governo di Teheran di bloccare l'informazione arrestando i giornalisti e chiudendo le sedi televisive la rete si sta dimostrando uno strumento efficace per diffondere notizie e immagini delle manifestazioni contro la rielezione di Ahmadinejad.
Immagini e video vengono immediatamente caricati su Youtube e sui blog e i social network permettono di scrivere in tempo reale cronache di cortei,repressioni, dichiarazioni. Tutto ciò permette ai giornali stranieri di essere informati e di informare nonostante la censura imposta da Teheran.
Dal web sono nate anche alcune iniziative per favorire lo scambio di informazioni. Google, ad esempio, ha messo a disposizione un programma di traduzione simultanea dal persiano all'inglese e viceversa, in modo da aumentare la velocità e la completezza delle notizie.
Ma è Twitter il social network che è diventato una vera colonna della protesta iraniana, continuando ad ospitare migliaia di tweets che servono da cordone ombelicale tra i protestanti, che possono così anche comunicare tra di loro, e il resto del mondo.
La censura, infatti, è riuscita a bloccare molti siti web e anche l'invio di sms, ma non Twitter che si avvale dell'uso di proxy, alcuni creati per l'occasione.
Su invito della Casa Bianca Twitter ha rinviato anche la manutenzione programmata, per non rischiare di oscurare i protestanti italiani e isolarli rischiando di spezzare quel sottile filo che li lega al resto del mondo e anima la protesta iraniana.

                                                                                                                Gerardo Adinolfi
                                                                                                                   gerrino@hotmail.it




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20 giugno 2009
Federico Aldrovandi, "ucciso dalla polizia".
 


E' il 25 settembre 2005
. Federico sta tornando a casa, dopo il sabato sera trascorso con gli amici.
E' quasi l'alba e il 113 viene avvertito da alcune segnalazioni che un ragazzo, nei pressi dell'Ippodromo di Ferrara, si comporta in modo agitato e con comportamenti autolesivi.
Sul posto giunge una pattuglia con quattro agenti (tre uomini e una donna) con lo scopo, secondo il questore, di “impedire al giovane di continuare a farsi del male”.

Alle 11 di mattina, ben 6 ore dopo l'incontro tra Federico e i poliziotti la famiglia del ragazzo viene avvertita del decesso di Federico. “Overdose, secondo la polizia”.
Ma sul corpo e sul volto di Federico sono presenti numerose lesioni ed ecchimosi, che non fanno credere alla storia raccontata dai poliziotti secondo cui è stato un malore la causa del decesso.
E' vero, Federico aveva assunto una dose, leggera, di smart drug, ma non sufficente a causare un'overdose.
La versione della polizia è smentita anche da alcuni testimoni, tra cui un extracomunitario che poi sparirà dalla città, che accusano i poliziotti di aver pestato Federico, usando anche i manganelli.
Anche il 118, all'arrivo sul posto, trova Federico “riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena (...) era incosciente e non rispondeva”. L’intervento si concluse, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, con la constatazione sul posto della morte del giovane, per “arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale”

Questa è solo parte della storia di Federico Aldrovandi, 18 anni compiuti pochi mesi prima di morire, all'alba di una domenica mattina, tra le mani degli agenti che avrebbero dovuto aiutarlo e riportarlo a casa.
Una storia che, a distanza di quattro anni, contiene ancora troppi misteri ed elementi nascosti. Testimoni che hanno paura di testimoniare, mass media che non hanno mai puntato seriamente i riflettori su questa vicenda e che subito dopo il decesso hanno parlato di un “tossico albanese trovato morto”.
Ma la famiglia di Federico non si arrende, vuole a tutti i costi la verità. La madre apre un blog in cui spiega cosa è successo davvero, secondo i racconti dei testimoni e i resoconti delle indagini, quella mattina di fronte all' Ippodromo di Ferrara.
Nel corso del processo Aldrovandi il pm Nicola Proto ha chiesto una condanna a 3 anni e 8 mesi per gli agenti che, secondo la ricostruzione del pubblico ministero, hanno messo fine alla vita di Federico.

“Era necessario – ha chiesto il pm Proto- l'uso dei manganelli da parte di tutti e quattro gli agenti? Era necessario colpirlo in tutto il corpo, compresa la testa? Era necessario continuare a colpirlo quando era già a terra? E infine immobilizzarlo in posizione prona, non corretta?”
In contemporanea ai nuovi sviluppi del processo i mass media sono ritornati ad occuparsi del caso Aldrovandi. Studio Aperto lancia un servizio, però, in cui a Federico viene accusato di essere “drogato” e l'intervista del legale dei poliziotti è come una dichiarazione di innocenza degli stessi, dalla parte di cui Studio Aperto sembra schierato.
Quella di Aldrovandi è una storia difficile, in cui la verità difficilmente verrà totalmente a galla. Ma nei genitori di Federico c'è ancora la speranza che la giustizia compia il suo corso, punendo chi ha sbagliato, anche se chi ha sbagliato indossava una divisa.

                                                                                                                    Gerardo Adinolfi
                                                                                                                    gerrino@hotmail.it


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5 giugno 2009
Promessa mantenuta

Come promesso, eccovi il post con le vostre segnalazioni riguardo i “meritevoli” di voto per le prossime Elezioni Europee (a tal proposito vedi “Ecco chi votare prima e seconda parte”).

Azzurra Canc mi segnala Alessandro Zan, 35 anni, laurea in ingegneria, lavora in uno studio di ingegneria ambientale occupandosi di analisi di impatto elettromagnetico. Da studente, partecipa a manifestazioni per la pace e iniziative a sostegno dei paesi africani più poveri.
Nel 1997 si avvicina al movimento omosessuale padovano iscrivendosi al circolo Tralaltro dove inizia il suo impegno per i diritti civili; sarà poi eletto nel direttivo dell’associazione fino a diventarne presidente nel 2000. Nel 2001 favorisce l’affiliazione dell’associazione nell’Arcigay Nazionale, lavorando per la costruzione di una manifestazione nazionale che porti un dibattito sui diritti delle persone omosessuali e transessuali anche nella realtà della “provincia” italiana.Nasce così il Padova Pride di cui è coordinatore nazionale, manifestazione che ha ottenuto un grande successo di pubblico. Nonostante l’ostruzionismo dell’amministrazione comunale e la violenza di gruppi estremisti di destra, l’8 giugno 2002 più di 40.000 persone hanno pacificamente invaso le strade di Padova in una festa per i diritti e le libertà. “Un buon sabato per la città” titolava il giorno dopo Il mattino di Padova riconoscendo il successo e la bontà di un evento che ha messo in luce quanto sia radicato nei padovani il valore della libertà.
Nel 2003 viene eletto nella segreteria nazionale di Arcigay, e gli viene affidato il ruolo di coordinatore della campagna nazionale “Un Pacs Avanti”, a sostegno della proposta di legge sul Patto Civile di Solidarietà. Nel 2004 all’interno della campagna “Un Pacs Avanti” promuove con tutto il coordinamento la manifestazione nazionale “Kiss2Pacs” tenuta a Roma il 14 febbraio a Piazza Farnese. Un grande happening di migliaia di coppie di fatto che chiedevano al Parlamento l’approvazione della legge sul PACS. La manifestazione suscita l’interesse in particolare della stampa e della televisione estera, come Le Monde e la BBC. Organizza il 21 maggio 2005 il Pacs Day in cui vengono celebrati i Pacs simbolici alla presenza di 52 coppie gay lesbiche ed etero in Piazza San Lorenzo in Lucina a Roma. La manifestazione ha ottenuto un grandissimo riscontro mediatico. Lo scorso 13 gennaio è stato il promotore e organizzatore assieme ad Aurelio Mancuso della grande manifestazione Tutti in Pacs tenutasi in Piazza Farnese a Roma. Manifestazione che ha suscitato moltissime polemiche, anche con interventi diretti del ministro di Giustizia, Castelli e del Papa. Alessandro Zan ricopre anche la carica di presidente regionale di Arcigay. (Si candida con Sinistra e Libertà. fonte : http://www.alessandrozan.it/ ).
Claudio Pinatti segnala invece Umberto Guidoni, anche lui Sinistra e Libertà, astronauta ed astrofisico da anni nel mondo della politica. Per avere un avere un’idea del ruolo di Guidoni, vi consiglio di visitare la sua scheda su http://it.wikipedia.org/wiki/Umberto_Guidoni .
Io, dal canto mio, aggiungo due radicali: Mina Welby (moglie di Piergiorgio di cui spero sia superfluo ricordare la storia) e Marco Cappato. Anche per quest’ultimo, onde evitate di rendere lungo e noioso il post, vi consiglio di visitare la sua scheda su http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Cappato .
Con questo concludo e mi raccomando, fate la scelta giusta!
Lorenzo Chiavetta
(lorenzo8619hotmail.it)


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19 maggio 2009
Rettifica

Ho ricevuto una mail da Romeo Bassoli, capoufficio stampa dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. In questa mail, il giornalista ha affermato che sono stati dedicati due servizi nei Tg Rai sugli effetti del terremoto nei Laboratori del Gran Sasso.

Nel precedente post, non li ho menzionati e quindi credevo fosse necessario fare questa rettifica.

Inoltre, sempre Bassoli mi ha scritto che non è stato diramato nessun comunicato da parte dell'ufficio stampa dei Laboratori del Gran Sasso per il semplice motivo che, visti i numerosi morti causati dal terremoto, l'istituto non ha ritenuto necessario diramarare un comunicato per dire che il sisma, all'interno dei laboratori, aveva causato solo delle piccole perdite di intonaco dai muri.

Quest'ultima tesi, discutibile o non discutibile, rimane quella ufficiale.

Dopo essermi scusato con Bassoli, mi scuso anche con voi utenti per il disguido.

Lorenzo Chiavetta

(lorenzo8619@hotmail.it)


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permalink | inviato da Mister Lorenz il 19/5/2009 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
POLITICA
12 maggio 2009
Il divorzio tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario
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